V
espignani, un’arte dove la natura insegna trasferita nella zona ‘crepuscolare’ della memoria e si trasforma in allucinazione, dove la tecnica è volta al fine di entrare nella ‘buia tana dell’indicibile’ e di cogliere ‘l’anima’ della realtà, attraverso la sua narrazione, attraverso la modalità del ciclo pittorico. Anima mundi, magia nelle cose: un procedere dall’attesa dell’inatteso, dalla sospensione e dallo stupore; irretire l’alterità del reale attraverso l’emozione, produrre dinamiche psicologiche espresse da una ‘mimesis’ che coglie la ‘dimensione oscura’; la forma, raggiunta nella sua intimità, non nell’emozione ‘citazionale’, ma solo come composizione. È la categoria del manierismo che si fa viva. Spazio, luce, colore, piegati alla ‘dinamica’ psicologica dell’attesa; orizzonte e prospettiva, sentiti come forme di ‘spazio-d’attesa’; il segno, che sottrae alla presenza attuale; il gesto, che irretisce la psiche. Spazio della narrazione intrinsecamente plastico e decorativo, a seconda del modulo narrativo. Identità di corpo, natura, ritratto e narcisismo, dunque, come ‘questione’ del proprio corpo; narcisismo, come carattere della pittura dell’anima mundi, dello sguardo intimo della forma. La chiave è autobiografica, al di là delle convenzioni metafisiche o sociologiche delle morali: non un universo di principi, ma di desideri e di aspettative, dove le masse figurali non hanno necessità d’essere destrutturate: l’energia, tutta interna, è agli antipodi del mondo della contro-visione, che vuole caratterizzare buona parte del linguaggio contemporaneo dell’arte.

Alberto Gianquinto, phil.