Figurazione della testimonianza |
|||
Ma vediamo meglio. Dal lato dei contenuti si è evidenziato, con molta insistenza, il tema esistenzialistico della incomunicabilità, della solitudine e della melancholia, che caratterizzerebbe ed anzi sarebbe loggetto della ricerca, in una cornice, secondo alcuni, di intimismo ottocentesco incipriato di Novecento. Direi, piuttosto, che la figurazione di Sughi non può essere inquadrata e costretta in questa visione romantica della vita: non sono, infatti, i fondali notturni e del quotidiano - in se stessi - a costituire il vero (il più profondo) e costante oggetto (che anzi sono quello esterno e apparente), perché largomento, loggetto che viene realmente posto in questione nellopera è, dietro lapparenza contingente dellaccadere esistenziale, il tempo e lo spazio della vita (e, con esso, la morte), tema che, come si sa, non appartiene al solo pensiero romantico. Se di testimonianza si può parlare nellopera di Sughi, questa non va allora intesa nel senso di una vicinanza alle scuole del realismo o del neorealismo, anche se le affermazioni dellartista sulla sua sostanziale non appartenenza a scuole non vogliono intendere anche una distanza assoluta da singole scuole e artisti; ché invece vario è il loro peso e linfluenza avuta: Caravaggio, ovviamente, alla base di tutti; e Velázquez, continuatore del modello caravaggesco e, in particolare, per le opere dove la figura si fa plastica e, forse, per quel suo impassibile naturalismo, per quellimpassibile osservazione del teatro del mondo e della vita, che non è indifferenza, ma un ambito di testimonianza, comune a Sughi; e Goya, per laspetto drammatico e beffardo che coglie della vita, per la fredda denuncia, per la tragicità ossessiva delle immagini e delle figure; Daumier e la sua satira sociale, politica e di costume, anche per la plasticità del suo chiaroscuro, fondo e cupo, e per lenergia sintetica del suo segno; e Degas, lontano dallimpressionismo e immerso in un mondo cittadino, del teatro (analogo a quello dei nights e dei bar di Sughi), con il suo taglio teatrale e cinematografico della composizione, con inquadrature che immettono direttamente nello spazio dellevento, così da cogliere e offrire a chi guarda la senzazione dellimprovviso e dellimprevisto, gli effetti dinamici nel contesto del colore e limmediatezza di gesti modellati nella luce; e così Viani e le figure duna umanità di prostitute. Tutte, però non più che tracce e lezioni, presenti nellopera di Sughi. In questo senso, anche il reiterato riferimento della critica allopera di Bacon come termine di confronto è fuorviante e poco convincente, non solo dal punto di vista formale (rispetto a cui lopera di Bacon, come quelle degli altri, è niente più che un indubbio richiamo culturale), ma ancor più sotto il profilo tematico: sia perché estraneo al mondo di Sughi è un punto di vista del reale sentito e inteso come visione governata dallinconscio e con uno sguardo surreale (ma di atmosfera più vicina ad una metafisica surreale sono i cicli Isole, Ville sullAdriatico, Oggetti della casa), sia perché i temi della solitudine e della separatezza sono in Bacon carichi di forti e centrali valori etico-morali, anchessi estranei a Sughi: luomo di Sughi è, in effetti, sì sofferente della propria realtà, ma, nel guardare alla sua condizione, non vi si pone con un esplicitabile atteggiamento di moralista (e neppure di psicologo), ma solo con quello del ricercatore di una sua personale verità. Ed è forse questa a-moralità di Sughi, (che non è affatto immoralità), per se stessa profondamente laica, che può aver infastidito certa critica ideologica e bacchettona. Ricerca di verità, sè detto. Oggetto dellindagine è, in effetti, una verità che sta dietro quel vissuto immediato, che può anche apparire alla fine sconfortante: dietro un vissuto, la cui constatazione fenomenologica di sconforto e destraniazione umana riguarda pertanto ancora la superficie delle cose, ma rinvia in effetti ad una richiesta implicita di sapere, di conoscere il perché di questo stato di cose. Ecco il vero tema dellindagine pittorica: come esprimere con una forma questo interrogativo (non la risposta, ma la domanda), che si pone allinterno dellapparenza fenomenica. Il tema non è quello di un giudizio morale offerto nella rappresentazione di ciò che appare; il tema è lespressione figurativa della domanda implicita: dunque, tema in vista di una pittura dellespressione (non di espressionismo!); e attorno a questo carattere del linguaggio - espressione - ruotano tutti gli altri caratteri (colore, luce, spazialità, composizione, movimento, matericità). Uno sguardo alla forma: anche qui, come sul piano dei contenuti, cè unità nellevoluzione dellopera. Un quadro, dice Sughi, nasce da tutto quello che si è dipinto prima di esso. Questa è in effetti una dichiarazione di continuità, che è anche di forte unità formale. Unità di figurazione, che Del Guercio molto acutamente periodizza e distingue nel ripetersi oscillante e nellalternarsi fra circoscrizione e dissipazione dei corpi - come presenze sfioccate - entro uno spazio renitente a ogni calcolabile geometria e condensazioni della forma, in cui le presenze fisiche si danno però in una condizione di assorta assenza. Figurazione, ancora unitaria, che passa anche attraverso rapporti luce-ombra più o meno stridenti. attraverso rapporti di tonalità monocrome e colore, in cui gamme più scure o più chiare ed anche squillanti si succedono lungo i periodi tracciati. Figurazione, infine, che si muove fra maggiore e minore presenza duno sguardo analitico, ravvicinato, sulle cose - compreso quel periodo verde del 70, che offre la più intensa presenza dellesterno (duna natura che, tuttavia, non genera alcuna restaurazione del suo mito). Figurazione, che resta però, e comunque, di continuità, perché, nel percorso evolutivo, dominante e unitario permane lo scopo creativo e tematico della testimonianza: non dun malessere esistenziale in quanto tale, ma, al di sopra di esso e attraverso di esso, della certificazione figurativa dun bisogno di entrare nel cuore delle cose. Questo è il senso del testimoniare, che è attestare, cogliere lindizio di ciò che sta dietro o dentro lapparenza, e che è dato dal vivere qualcosa ora, in modo specifico, attraverso qualcosaltro, nella memoria, nel ricordo; o, viceversa, è rivivere il ricordo attraverso quel che accade ora: il malessere di oggi. Malessere, che è nella differenza, nella distanza e nella discrasia fra un qui-ora e laltro, spazialmente dislocato altrove-e-ovunque e temporalmente dislocato nel passato (come mito e storia) e nel futuro (come utopia e progetto). Il disagio esistenziale è segnato da una laica riflessione, da una necessaria ricerca, da una presa datto razionale. Questo vero centro della ricerca formale di Sughi affiora, sia attraverso una deformazione espressiva (quella necessaria corruzione dellordine formale che rende possibile la trasparenza dei caratteri), sia tramite una selezione delloggetto nello spazio scenico (anche teatrale, cinematografico): soluzioni formali, che consentono il grande spessore semantico; soluzioni sintattiche, quindi, che retroagiscono sullo spazio semantico dei significati e del contenuto. Figure inquietanti, insolite, ambienti rarefatti sono, come dice Cavallo, lanima che da ineffabile astrazione si fa come concreta icona; il potere di uno sguardo e dun gesto si fanno mezzi rivelatori di quellattesa (anche beckettiana attesa), che è sostanza della testimonianza; il rapporto stretto che intercorre tra colore e stato danimo espressivo, tra luce e figura, così come la spazialità e limmobilità compositiva e il suo taglio, che fissa e pietrifica listante dellattesa, sono lattestazione di qualcosa che viene colto nellindizio di un malessere, di un disagio osservabile proprio nello spazio dove (e nel momento in cui) questo non dovrebbe essere presente (il night club, un bar, il cinema, una stanza per lamore e il sesso). Sono scelte formali, di composizione, di colore, di espressione, di forma e deformazione, funzionali allo scopo di dare al contenuto, allimmagine mentale, valori semantici ben più alti e profondi della semplice registrazione fenomenologica del malessere sociale (che altrimenti resterebbe per sempre incompreso, non essendo mai posta la domanda su di esso). Ben diversamente, dunque, da quel che Di Genova intende, quando allude quasi ad una sorta di gusto della perversione romantica e decadente, è Sughi stesso che autentica quanto si viene dicendo: il vero centro dellarte sua è quel guardare meglio, portato sullesistente, per non voler morire tutti i giorni insieme alle cose che durano un giorno. Le distinte temporalità delle due realtà, quella del passato (e della memoria che lo conserva) e quella del presente (che guarda), generano e costituiscono fra loro una sorta di slittamento mentale nellatto dellosservazione, sicché quel che viene visto e percepito si sdoppia, per così dire, caricandosi di significati che gli vengono da altrove, si gonfia di un senso che non gli appartiene in sé, ma gli deriva da altro, di cui è semplice traccia, puro indizio. In questa connessione di un adesso fenomenologico con un allora mentale, mnestico, in questa sovrapposizione che assegna alla testimonianza una durata, una sua fittizia eternità (un non-esser-più-ora), si compie latto effettivamente e tutto creativo, che genera (o chiede) le forme, necessarie a registrare la sovrapposizione e che alle forme stesse dà la potenza di caricare il fenomeno dellambiguità dello spessore semantico. Questa tutta specifica interazione della spazialità semantica dellimmagine e della memoria con le strutture temporali della sintassi del linguaggio pittorico è la modalità creativa di Sughi. Una tale ricerca (lo si è detto con riferimento a Bacon e lo conferma Sughi) esclude unintenzione di diretta denuncia etico-politica. Arte e politica sono ambiti autonomi. La pittura non può dar voce a ciò che le è estraneo. Lo spazio della politica è soltanto e semplicemente colto e riassorbito nel linguaggio figurativo, come quello della realtà. La lezione di Gramsci e di Benjamin nei riguardi dellarte engagée è pienamente raccolta. La lettura e linterpretazione della storia sono semplice condizione critica: ciò che si esclude è che unopera sia bella per il suo contenuto morale e politico e non già per la sua forma in cui il contenuto astratto sè fuso e immedesimato. Insomma, rifiutando unidentità di quadro e vita si dice che il qudro è altra cosa, che sta dentro la storia personale, ma percepisce una storia esterna e, di essa, solo quello che il pittore sa. È la forma, quindi, che domina sul contenuto, anche per questo verso. Non si può parlare di pittura della storia, perché non cè rigore e sistematicità storica, piuttosto si tratta di pittura che osserva (a volte anche con ironia) e indirettamente documenta lestraniazione delluomo dalla sua storia, ma senza porre questo come obiettivo diretto e scopo. Limpegno civile e la condizione umana individuale, che possono genericamente muovere le scelte, sono sopravanzati dallinteresse formale, centrale questo, al modo di raffigurare quella estraniazione. In questo contesto, il tentativo fatto con Il gioco dellapparenza, al Museo Nazionale di Castel S. Angelo di Roma [1986], di una lettura dellopera per cicli (i dieci quadri di Nascita e morte di una vocazione [1969], il gruppo di opere chiamato La Cena [1976], i quadri di Immaginazione e Memoria della Famiglia [1981]: oggetti, che sono una metafora, uno stile, un racconto sul filo della memoria), non tocca la vera sostanza unitaria della ricerca, per cui Sughi stesso deve dire che un criterio puramente cronologico di presentare lopera è più appropriato; appropriato alla comprensione formale, perché la divisione tematica dei contenuti resta in fondo superficiale. Questa laica ricerca non ha dunque lo scopo di prendere parte; se cè convinzione morale, questa non tocca la creazione artistica, si raccoglie invece (pittoricamente) tutta nellaspettativa testimoniale: ma non in una raffigurata aspettativa concreta (come una certa utopia), ma in quella che è presa come oggetto stesso, come stato psichico colto nellosservazione fenomenica e attraverso di essa. Lo strumento dellarte è sopra (o diverso da) il piano etico-morale: non è di per sé messaggio, ma mette invece in campo la disposizione a unindagine sulla vita che guardi oltre il malessare. Rispetto al linguaggio dellarte, questa disposizione è rifiuto dadagiarsi nella semplice narrazione fenomenologica della realtà: e tutti i caratteri del linguaggio - luce, colore, spazio, composizione, ambiente ed espressione - alludono sempre ad un oltre, trans-fenomenico: non è la libertà informale del cogliere il mondo esterno ad essere in questione, ma una creazione capace anche di mettere in causa il problema della crisi dei linguaggi dellarte, che è anzitutto crisi dellunità di forma e contenuto e che si è configurata anche attraverso le antinomie categoriali, con le quali si è combattuta la battaglia sul linguaggio: categorie della costruzione testuale, della tipologia semantica, delle figure retoriche. Ricapitolando, dunque, nella specificità della modalità creativa di Sughi, in cui il valore semantico dellimmagine è raggiunto attraverso forme che, anziché cogliere con allegorie e metafore il senso dellattesa (della testimonianza) attraverso lutopia concreta (storica), intendono raffigurare invece lattesa stessa come oggetto formale nellespressione delle figure (perciò pittura figurativa dellespressione psicologica, come testimonianza di un oltre-il-fenomenico): in questa modalità creativa non cè spazio per la narrazione del reale. È la narrazione (come categoria della costruzione testuale) che va invece trascesa, per andare oltre e cogliere loggetto-testimonianza come raffigurazione: espressione delle figure nello spazio-scenario esistenziale. Rifiuto della narrazione non significa minimamente volersi porre sullaltro versante, della descrizione: la dicotomia avanzata da Lukàcs (a proposito della teoria del romanzo), come categorizzazione del testo (anche pittorico), viene trascesa infatti nel quadro creativo di Sughi, dove la realtà non è quella immediatamente storico-fenomenica, degli avvenimenti; una realtà, che lartista non vive né come partecipante, né come mero spettatore-osservatore, né entro le connessioni propriamente causali della narrazione, né al contrario nella incoerente irrelazione delle pure descrizioni, bensì – come sè detto – nella partecipazione e, insieme, in un distacco interrogante, che vuole raffigurare proprio lo stato dellesserci e del chiedersi insieme: quello della domanda sullesserci. Lo sforzo di saldare forma e contenuto su questo terreno (ricerca formale che – vale ancora sottolinearlo - ha per oggetto uno spessore semantico non osservabile, non direttamente raffigurabile) è una consapevole reazione alle poetiche delle due opposte avanguardie dellastrattismo e dellinformale. Quegli spazi sono sentiti, infatti, esauriti, sono conclusione e punto dapprodo del percorso iniziato nel diciannovesimo secolo, quando si rompe lunità di contenuto e forma e si perde il nesso interattivo tra semantica e sintassi. Sughi è indifferente ed in tal modo fortunatamente fuori dal clima del dibattito radicalizzante delle avanguardie. E come lincrinatura storica nella costruzione testuale (dalla crisi del racconto allavanzare poi della forma analitico-descrittiva, conseguenza dellabbandono dinteresse per il grande disegno storico) è un evento consapevolmente marginale nella sua poetica, anche la polarità delle tipologie semantiche, indicata da Goethe, rientra in quella suddetta problematica ed è parimenti sentita come laterale: lallontanamento, o meglio, la distanza dallallegoria storica e mitologica si certifica, non perché questa è forma di unesperienza artistica superata e già bruciata dalle prime avanguardie (quelle cosiddette storiche), ma perché i valori allegorici del codice implicano una ricerca, a Sughi estranea, del particolare come tale, da prendere ad esempio (poniamo: lAllegoria della prudenza, di Tiziano), dove il personaggio deve entrare soprattutto come rappresentazione oggettiva e come cifra (oltre la somiglianza fisica) di un universale: distante, dunque, da quella ricerca (da quella soluzione formale) di raffigurazione di ciò che sta invece oltre la figura stessa e che la rende singolare, inquietante, e ne fa il varco per entrare nel cuore delle cose. Lallegoria, che la si trova in un contesto a-storico, come ricerca intellettualistica, come modo di espressione decentrante e immagine dialettica di sensibilità e intelletto, non tocca il tema di Sughi: testimonianza nellimmediatezza stessa del qui ed ora. E questa lontananza dallallegoria non significa vicinanza allaltro versante della tipologia, quello simbolistico, perché la particolare raffigurazione di Sughi non è simbolo universale, non è sublimazione simbolica, non è simbolica apparenza (fusione nebulosa e mistica dellintuizione), ma rappresentazione di stato psichico, a cui nella vita forse (ma non nellosservazione che, dellesistenza, Sughi ha sotto gli occhi) è affidato il nesso fra esempio e suo valore universale: non, dunque, Il sogno di Odilon Redon è quel che persegue Sughi, ma la raffigurazione dello stato del sognatore, che porta a ciò che sta dietro il sognare. Insomma, un rapporto sia allegorico che simbolico fra parte e tutto pone un vincolo troppo forte sul campo in cui si muove una ricerca sullhumus incerto, in cui entrambi i valori si presentano del tutto ambiguamente a chi si interroghi sullespressione figurativa di ciò che sta dietro uno stato di malessere esistenziale. E quel che non è allegoria non è neppure metafora, figura retorica della similitudine (dove loggetto è designato da altro oggetto e dove limmagine slitta dal riferimento temporale, storico, a quello spaziale - della similitudine appunto - che scarta la storicità). Anche nellambito delle cosiddette figure retoriche impiegate, in Sughi non cè interesse al valore metaforico (tanto meno a quella associazione metonimica, così ampiamente impiegata nei linguaggi delle più recenti avanguardie letterarie), perché la metafora non è sufficiente da sola a guardare oltre il malessere delle cose. Dunque Sughi è del tutto consapevolmente estraneo al dibattito linguistico, avendo trovato già la sua strada, che passa al confine fra le coppie dicotomiche, se non al di sopra di esse. Le avanguardie, che dapprima ruppero i ponti col passato (il mito e la storia) e poi con lutopia del futuro, si sono rinsecchite in una fenomenologia senza movimento, nel cinismo di unassenza di prospettiva, senza il potere rigeneratore del ricordo e nella mera e cieca osservazione del presente, dove muore limmaginazione creativa: hanno fatto il loro tempo e di questo lopera di Sughi è ampiamente e direttamente testimone. E allora, quando egli asserisce che dipingere è immaginare e dare forma ed ordine alle immagini e aggiunge che il pittore deve sapere quello che la pittura offre, egli sa pure che il rapporto di forma e contenuto è quello centrale nella crisi dellarte e che esso è in realtà una interazione, che va perseguita. La crisi fondamentale dei linguaggi, aperta nella seconda metà dellottocento, portando alle sue conseguenze estreme proprio la rottura dellunità di forma e contenuto (cioè – dinamicamente – dellinterazione che le modalità sintattiche hanno sullespressione dei contenuti semantici) è una rottura storica, che ha mostrato le conseguenze di un esito autonomo e separato: lastrattismo, come forma che pone se stessa a suo contenuto (in una circolarità autoreferenziale), e un contenuto a-formale e informale, come reiezione di ogni vincolo di forma, come sostanza senza la sua elaborazione (la smorfia felina senza il gatto, secondo un Valery citato da Bacon). Ogni altra categorizzazione della crisi, oltre questa (astratto-informale), è mero suppellettile critico, perché già tutta contenuta nei due termini di forma e contenuto. Dice Sughi di avere attentamente osservate queste esperienze astratte e informali, senza esserne coinvolto; sa perfettamente, quindi, che ciò di cui si tratta oggi è il ritrovamento e la ricostituzione dellunità, uscendo possibilmente dalla astratta identità crociana, verso una interazione dinamica dei termini. Dunque, come parole-chiave: espressione figurativa di una domanda esistenziale, pittura dellespressione e, attorno a questo carattere centrale, tutti gli altri caratteri del linguaggio. Alberto Gianquinto, phil |
|||