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Simbolismo e allegoria. Di qui, e da qui soltanto, il valore dei suoi codici pittorici, non così lontano (quanto è invece posto dalla definizione goethiana ) da valori di ricerca del particolare, inteso come esempio duna universalità sociale storicamente determinata, da esserne separato. Ma valore di codici, pur sempre e inizialmente, duna visione ellittica della totalità che è immanente al particolare ed è di quella natura che, nellidea di Goethe, apparterrebbe, essa sola, alla poesia. Simbolicità, pertanto, che apre allo spazio dei significati, ma poi, nellimpresa temporale della ricerca formale, si riempie di poteri allegorici. Simbolismo, generato da un prevalere pulsionale, non esclusivo ma privo di quei conflitti, antagonistici nella soggettività, che alla forma pittorica darebbero un diverso carattere, violento e personalmente angustiante e subìto (che segna invece altri pittori e poi altre forme pittoriche); un prevalere pulsionale alla radice del simbolo, intendiamo dire, che è desiderio e aspirazione (priva ancora di contenuti storici ed esistenziali) ad una laica spiritualità, che condiziona le proprietà stesse dello spazio simbolico (prima ancora di riempirlo e definirlo in una sintassi). Simbolismo, quindi, prodotto di unautobiografia profonda, che ha attinto ed attinge alla storia e allesistenza, per ritrovare e in esse confermare il bisogno di quella specifica laicità da proiettare fuori di sé, nelle allegorie di un mondo oggettivo di forme: pulsione vitale e costruttiva; nulla a che fare con modalità espressive del simbolismo storico, poniamo di un Odilon Redon. Composizione, spazio e flusso temporale. Una tensione creativa, di distante e profondo segno simbolico, si trasforma in mediazione artistica: composizione, in primo luogo, in cui si fissa spazialità e flusso temporale, dove lopera poi respira, con tutte le sue figure, le donne-kòrai, le grandi madri primordiali, ciascuna in sé Cibele o Ishtar o Demetra o Anatha, che presiedono ai cicli e ai flussi della vita e della morte: figure, che sono essenzialmente i loro gesti, le posture, i particolari; figure, circondate dalla quotidianità di oggetti fuori del tempo e, insieme, parti funzionali dun mondo matriarcale, alternativo. È su quel piano profondo e sotterraneo che sinstaura, senza identificarvisi e confondersi, la liricità che informa i caratteri più specifici dei codici linguistici di Gianquinto, il colore e le forme, che si offrono e che vivono nello spazio e nel tempo compositivo. Per essere più precisi, il lirismo, nella composizione e negli spazi in cui si dispongono figure e cose, il lirismo del fluire di quanto accade, emerge ed emana, per così dire, da cose e figure e dai colori assunti nella loro relazione agli spazi e dalle forme che esse acquistano nella cornice della composizione. Sono convinto che, se, per avventura, si potesse fare astrazione dalla figura che popola la struttura spaziale, questa, lasciata non vuota, ma priva dei suoi contenuti lirici, dellesistenza e delle storie di quel che accade, conserverebbe ancora un suo autonomo significato profondo. È questo che intendo dire, quando individuo un simbolismo profondo, distinto e pur convivente con la liricità del mondo allegorico che lo riempie. Pensiamo al Gesù: alla colonna, del 98: qui, forma e colore, che costituiscono lo spazio compositivo, ricevono, conservato e trasmesso, un valore simbolico, che la figura, nei suoi specifici sensi allegorici, ha caricato di unaggiunta liricità.
mbolicità di fondo, compositiva e spazio-temporale, che così si riempie della prima. Altrimenti la pittura di Gianquinto regredirebbe del tutto nellirrazionale e nel misterico dun inconscio, non controllato dalla consapevolezza sintattica di forme e colori, e le pulsioni stesse emergerebbero, insieme, cariche di valori già lirici, che di per sé non hanno e non possono avere. A fronte di questa natura, sta una formazione culturale che tiene lontano da sbocchi mistici e di evasione. Cè un impegno presente, culturale e sociale, ma anche latente, un impegno soggettivo, esistenziale, che coinvolge e si manifesta in autenticità dellopera. Il cosiddetto realismo ed il racconto. Si è molto insistito, in un periodo in cui altri erano i valori da assicurare alla cultura, sul realismo e sul valore narrativo di questo artista: Trombadori, forse più di altri, ha negato componenti descrittive e sostenuto un realismo, insieme, che verrebbe a nutrire la musicalità espressiva (e terrebbe lontani da forme di pittura lirica alla Kandinskij). Ora, se Gianquinto rappresenta certo anche un nodo assai importante nellinnesto storico di valori diversi, come possono essere quelli (più lontani) della grande tradizione pittorica, ma anche di un Morandi o del veneziano Gino Rossi, non si può dire invece che la sua, che – non lo dimentichiamo - è arte figurativa, al di là o al di sopra di queste operazioni di sintesi, sia anche realista. La realtà è chiaramente un punto di riferimento culturale e sociale, ma essa viene sussunta da questa pittura sotto modalità organizzative mentali, dellimmaginazione e della memoria, libere dalla mimesi diretta del reale. È un modo di vedere e non solo di figurare; è un modo di trar fuori, alla luce, colori che sono in noi sepolti. Pittura, che nulla ha dunque a che fare col realismo socialista; ma pittura duna realtà, invece, da cui prende certo le mosse, ma per ricondurla, prima dogni altra cosa, a spazio semantico, entro il quale avviene la mimesi, che è pertanto mentale. Una forma, quindi, che non descrive più direttamente il reale. Aver davanti una realtà mediata nellimmagine e nel ricordo toglie alla forma la priorità del valore narrativo (discorsivo) o descrittivo: in primo piano avanza piuttosto, della composizione, profondi, lontani valori simbolici e, della figura e della oggettualità, valori di gestualità lirica e allegorica. Gesto, che è modo dessere (lirico) in uno spazio simbolico; forma, che non coglie espressioni, che non descrive e che non narra neppure, in quanto più semplicemente sublima un vissuto, il vissuto dellimmagine, il vissuto mnestico, senza più limmediatezza diretta del dato; forma, non interessata, in prima istanza almeno, ad intrecci narrativi o descrittivi. Occorre altro per aprire al racconto: occorre il ciclo pittorico, come nel ciclo di Gesù o in quello delle bagnanti e, potremo dire, delle grandi madri. Ed altro occorre per aprire alla descrizione: occorre quella forza lirica che, delle figure e delle cose, coglie la loro particolarità esistenziale, nel contesto frammentato, non narrativo né descrittivo, del ricordo e dellimmagine. Ciò che conta non è tanto raccontare o descrivere, quanto far sentire che figure e cose sono sublimazioni che scaturiscono dirette da ricordi e immagini e che quanto accade e si offre al quadro non appartiene a una realtà da storicizzare o da analizzare, ma appartiene al sublimato di un vissuto. Non si tratta, alla fin fine, di raccontare ciò che si vede e si riconosce, ma di immaginare ed esprimere limmagine ed il ricordo del reale che sgorga dal profondo del mondo simbolico dei significati. Ma nel percorso interpretativo su Gianquinto contrastanti sono state le posizioni in tema di realismo. A conferma, invece, di quanto voglio dire, nello stesso ciclo di Gesù lordine narrativo è scompaginato: è nel ciclo intero che si dà il racconto, ma questo non è il dato prevalente, che è quello, invece, di cogliere emozioni di cose che si vedono oltre la loro apparenza, cose che lautore convoca, ma non narra o che narra con un montaggio più affine alla cinematografia odierna che al romanzo dellottocento.
Individuata lorigine di questa forma compositiva, che è la sintassi più profonda e fondamentale (che articola poi tutte le forme), si può dire che lopera cresce ora a partire da questo impianto e che latto creativo si dispone da questa totalità iniziale, che è il primo generale prender corpo riflessivo-razionale della dimensione pulsionale profonda e della cultura introiettata. Tutto emerge su questo dato iniziale compositivo, che fissa spazialità e temporalità dei flussi interni allopera. Ancora spazio e flussi temporali. Spazio e tempo, dunque, come modi dessere compositivi, che insorgono a livello profondo, e non come visione, per così dire esterna, del mondo. Spazio e tempo lirico, dove il rapporto con lo spazio fisico sincrina. E collocazione, che si genera dall;immaginazione-ricordo, dove si possono verificare effetti di profondità immensa, ma anche di suo annullamento (come in un giorno di luce troppo abbagliante). Spazio in tensione fino al dolore. Il tempo della memoria, come lo spazio dellimmaginazione, avvolgono per così dire figure e cose, fissando la loro presenza in una dimensione obliqua (nel senso proprio delle categorie del manierismo), che le fa levitare, che le dispone nella superficie del quadro, allontanando alcuni dati particolari, ed altri avvicinandone, spiazzando (sempre secondo canoni manieristici) e creando fondali e partizioni, che si ricompongono attraverso e nella ricomposizione stessa del vissuto, eludendo caos materici e assemblaggi, che appartengono invece ad altre avanguardie e a tante altre esperienze culturali odierne. E in questo spazio-tempo regna anche il simbolo dello specchio, colto da Carlo Levi come simbolo dellespressione poetica: oggetto, che non è e non si fa duso, quanto luogo – invece - dove lo sguardo riflette il profondo soggettivo e si piega verso linterno di sé. Luce e colore-forma. E qui si trova il senso dellombra e della luce. Sè detto molto su questo carattere del linguaggio pittorico di Gianquinto: ombra e luce, cioè colore che si dispone nella composizione e qui si organizza. E cè un nesso forte tra colore e forma, che esclude la possibilità di considerarli separatamente, che impedisce di poterli effettivamente dividere come momenti distinti: per questo non si può dire che il segno sorregga il colore o che il disegno si stemperi nelle masse cromatiche, anche se non vi sono mai campiture corrispondenti al segno chiuso, ma solo liberamente riferite ad esso. Il fatto è che cè una necessità reciproca delluno rispetto allaltra, che nasce nella loro con-creazione: con-creazione del significato. Un segno, inoltre, che si colloca in stretta relazione con lo spazio vuoto (il silenzio del linguaggio figurativo), che concorre, anchesso, alla comprensione del visibile, dello spazio pieno. Grande parsimonia del colore, eppure grande profondità di effetti e di valenze, che non cercano il cangiamento coloristico dellimpressionismo: una profondità, quale non si avrebbe senza la potenza che questi effetti riescono ad ottenere con la forza di una mente che sogna con colori puri, radianti, strutturali e sognanti. Effetti, questi, che non sono riducibili a quelle scorciatoie della pittura, dalle quali il pittore dice che è importante liberarsi. Colori, soprattutto, dove quanto resta è dominanza della luce e dellombra, del bianco e del nero, che non allude tuttavia ad un disegno grafico, né ad una fotografia senza colori, che anzi i colori questa dominanza li potenzia attraverso e mediante la semplificazione. Bianco e nero, che si posano semplicemente o si annidano negli spazi, a seconda delle valenze psicologiche, e raggiungono livelli alti di preziosità e di grazia o gli abissi dellalienazione vissuta nel mondo della storia. Non così li pensava tuttavia Carlo Levi, che nel nero aveva visto la dimensione del giudizio, la presenza del 600 pittorico. Ombre e luci, generate, non dal percorso duna luce solare, ma dai percorsi della memoria, dalle illuminazioni dellimmaginazione. Non cè simbolismo letterario o moraleggiante. Bianco e nero, dove forse è forzatura risalire a citazioni puntuali; ad ambiente culturale – e non a mera citazione filologica - sono infatti da intendere i riferimenti a volta a volta possibili: un 600 caravaggesco, Tintoretto, il Guardi (equidistante da Tiepolo e Canaletto) o i bianchi e neri della memoria del lucano e siculo sud, gli azzurri e i verdi del vissuto veneziano: Sicilia aspra e Veneto vibratile. Anche nel rapporto luce-ombra si affacciano, sulla soglia della composizione, dei suoi spazi e flussi temporali, i valori più profondi duna pittura di immagini e di memoria e sinnestano su questo percorso interno, di colore e forma, di cose e rifrazione della luce su di esse. Qui vive solo il ricordo, scintilla solo limmagine di un vissuto, ormai figurativamente composto, immerso nel profondo delle scelte. Lallegoria dellesistenza e della storia. Figure e cose. Più che ai molti riferimenti culturali fatti sullopera di Gianquinto, certamente validi tutti, vale ora andare ai contenuti che si danno nello spazio e nel tempo della composizione. Figure, oggetti, immagini, volti, gesti: poesia del ricordo e gioia della creazione dellimmagine. Non è rilevante se il contenuto sia riconducibile ad un realismo sociale ed in che misura (non cè comunque dubbio sulla collocazione ideologica dellartista): al di là del contenuto, è sempre la forma che conta; dice Gramsci: ciò che si esclude è che unopera sia bella per il suo contenuto morale e politico e non già per la sua forma in cui il contenuto astratto sè fuso e immedesimato. Anche una bagnante, una madre, una ragazza, hanno il peso ideale e ideologico di uno dei Guevara o di un Gesù. Le cose, i soggetti emergono dalla mente, nello spazio e nel tempo della composizione, attingono a quella simbologia del profondo, ma vivono di liricità intrinseca, di allegorie dove non cè furore analitico, ma un potere riflessivo e sereno, che dà spazio a momenti di grande sintesi e di ellissi espressiva. Separata dal suo ambiente simbolico, la liricità non si piega ai simbolismi di superficie propri dello spiritualismo kandinskiano: si innesta al profondo e tuttavia resta fortemente laica e materiale; si tratta di una figuratività poetica, che si distanzia da quellastrattismo, dove il dato lirico è offerto tutto dal colore e nel colore.
Se una specificità ed una differenza si può tracciare nei valori di lirismo, si può dire che quello di Gianquinto è irenico, pur scaturendo da pulsioni vitali, dove invece, per esempio, in Watteau nasce dal mondo emblematico della maschera, del Gilles, dallatmosfera struggente delle fêtes galantes, e – altro esempio - in un David resta confinato nellintensità drammatica della Morte di Marat e poi nel psicologismo dei ritratti tardi; o in Picasso, invece, legato ai saltimbanchi e acrobati del periodo rosa, e in Kandinskij, come sè detto, ad una mistica del colore astratto. Anche loggetto, il più quotidiano, ha valore lirico e la sua quotidianità si innalza ad immagine senza tempo di unontologia della natura. Non si può pensare, in questo contesto, ad una propensione o, ancor più, ad una inclinazione naturale di Gianquinto al ricorso decorativo. Anche i suoi jardins féeriques non sono arabeschi grafici, più di quanto lo siano le lettere, le frasi scritte o i particolari della Finestra del 97, con i suoi richiami alle tappezzerie e alle stoffe matissiane. Neanche in questa direzione si può cogliere un qualche minimo spunto formalistico, tanto meno nelle direzioni del formalismo storico, quello di uno Sklovskij, per intenderci, teorico dellarte come artificio. Si può dire plastico? A me pare che la figura di Gianquinto si sottragga alla definizione di plasticità, così come alla riduzione al puro disegno: Micacchi ha parlato giustamente di una figurazione di derivazione cubista, che restituisce immagini emblematiche con autonomia plastica: ma questa è piuttosto una derivazione assorbita, introiettata; e, per contro, incidentale e laterale è il riferimento allordito di un disegno, quasi graffito. Il volume è restituito plasticamente sempre in un tessuto fortemente disegnativo, in cui la figura, come sè detto, deve essere rapportata alla composizione, nella quale si colloca. Così il corpo figurale e oggettuale è sempre pieno ed evanescente insieme, perché liricamente sognato. Se la pittura di Gianquinto è pittura colta, ricca di riferimenti figurativi, letterari e musicali, non la si può certo per questo inquadrare entro riferimenti intellettualistici: il suo linguaggio figurativo si colloca a quel livello che Gramsci chiamerebbe del nazionale-popolare, non populistico, per un verso, ma neppure, per dirla con Pasolini, ai livelli alto-gergali: non appartiene a quellavanguardismo che resta impigliato nella letteratura, in quella letteratura che, quando tale rimane, diventa un fatto sociale. Lemozione è immanente, non conclamata, non si esplicita in forme espressionistiche, né in palpitazioni impressionistiche. Figure e oggetti non ostentano, ma piuttosto, senza intimismo, spingono a scendere al significato loro più profondo, dove limpegno etico e politico si filtra nella forma (Gramsci) e vive nella dimensione di quella laicità di fondo, che abbiamo provocatoriamente chiamato spirituale. La materia pittorica trova qui la sua sensibilizzazione; i mezzi e gli strumenti, la pennellata, le proprietà duna pittura su tela (che pone la questione della potenza e dei limiti del pennello) sono materia che resta tale, materia di sempre, materia consueta, anche se tesa alla scoperta di nuovi modi espressivi: perché i nuovi valori non sono necessariamente in rapporto con i nuovi mezzi tecnici. Per concludere: le opere, di valore altissimo, si collocano in una continuità senza scosse, eppure segnata ad ogni passo da vertiginosi approfondimenti, di grande complessità di relazioni e dominati dalla singolarità della connessione di lontani, profondi simboli e liriche allegorie, di composizione e spazio-temporalità, di composizione e figura, di colore e forma; un racconto, che si affaccia indirettamente solo attraverso la totalità del ciclo pittorico; ed invece una descrizione, che si occulta, interna alla forza lirica della figura e della oggettualità; un sorprendente flusso, anche - e quasi trasparente – di astrazione e dinformale, che attraversa la figurazione; e, forte, dietro questa complessità, un mondo di valori etico-sociali, culturali e politici, che dà solidità impensabile a una pittura che così sognante appare, così delicata e distaccata. Alberto Gianquinto, phil |
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