FORUM

L'INTERVENTO CHE SEGUE È IN RISPOSTA AL TESTO:

SULLA MORTE DELLE AVANGUARDIE
di Alberto Gianquinto, phil


C

aro Alberto, come al solito le tue osservazioni gettano l'ancora sempre un po' più in là e permettono di avanzare su fondali più profondi, complessi e nascosti ai più. Ho cercato di rispondere brevemente alle tue riflessioni sulla morte delle avanguardie, sperando di poter innescare quel meccanismo di dibattito continuativo che la GV dovrebbe essere in grado di accendere, essendo innestata direttamente in una rete di comunicazione veloce, rapida e pratica.
     Ti chiedo inoltre un favore. Il tuo intervento presso l'accademia di San Luca sul senso e la possibilità di una critica d'arte, che mi é sembrato molto attuale e di vitale importanza, mi é stato mandato per e-mail ma non riesco a leggerlo. Potresti rimandarmelo o, nel caso, farmi delle fotocopie? Te ne sarei molto grato.
     Per quanto riguarda il dibattito alla Residenza di Ripetta, mi sembra di aver avvertito una situazione di partecipazione e vivo interesse alla questione da parte di tutti i presenti. Anche se non si può cambiare il corso delle cose in queste occasioni, almeno si può cercare di capire. Ma se dibattiti come questo vengono tenuti una volta l'anno tutto diventa inutile, uno spreco di tempo o, nel migliore dei casi, un aspetto del folclore culturale romano. E' uno di quei casi in cui ciò che viene detto, se non gli si dà continuità, perde di significato. Un po' come bombardare con armi sosfisticate una città rasa completamente al suolo dalla guerra.
     Concordo nel ritenere il sistema arte come conseguenza di una crisi di inguaggio, o almeno l'accolgo come un'ipotesi che allarga la discussione anziché bloccarla. Questa ipotesi conferma inoltre il mio parere che l'arte del novecento e l'avanguardia in particolare, siano linguaggio di una crisi. Ma non semplicemente perché sono una reazione al passato (con tutte le modalità che questa reazione comporta e che tu definisci "tipologie semantiche") bensì anche e soprattutto di necessità ed espressione di nuove esigenze, nuove nevrosi, senza che il passato debba costituire necessariamente una pietra di paragone.
     In questo trovo utile ripescare le tre definizioni di approccio storico descritte da Nietzsche in Sull'utilità e il danno della storia per la vita. La storia può essere goduta secondo tre differenti punti di vista (monumentale, antiquario e critico) ma può esservi anche uno stato non storico che affronta il presente, la vita, nella sua pulsionalità, immediatezza e dimenticanza di qualsiasi passato. Ecco, credo che le avanguardie possano essere avvicinate a questo stato non storico e di dimenticanza della tradizione in una continua oscillazione tra consapevolezza della storia e sua indifferenza. Dici bene quando sostieni il processo del passaggio dal dominio dell'allegoria, a quello della metafora a quello della metonimia come passaggio necessario verso quella "formidabile esigenza di radicalizzazione e di appiattimento sui due poli del linguaggio" (vale a dire contenuto e forma). Tanto che l'arte contemporanea, che sembra aver perso non solo la capacità di simbolizzazioni ma anche quella metonimica, può definirsi come lo stadio ulteriore di quel processo di radicalizzazione che porta direttamente alla sparizione di qualsiasi intenzionalità artistica. Più che di processi si può parlare di effetti, più che di linguaggi di sistemi operativi, più che di valori di segni intercambiabili e sconnessi da significati. Così, video arte, tecno pittura, installazioni possono occupare erroneamente gli stessi spazi espositivi e semantici, perché galleggiano su un vuoto di senso in cui tutto é possibile non essendoci linguaggi né "unificazioni di senso e strutture".
     In tutto questo il sistema arte é effetto e complice. Ma forse anche responsabile e quindi causa. Intendo dire, non credi che alla base di questa scissione e radicalizzazione, di questo vuoto che autorizza qualsiasi scambio, possa esserci anche la tendenza di un sistema, di un mercato che ha stabilito via via nuovi obiettivi per l'arte e gli artisti? Ti vorrei citare le parole di Baxandall, il quale nel suo saggio Le forme dell'intenzione sostiene che "se dunque abbiamo bisogno di un modello di relazione per pensare al rapporto di un pittore con la sua cultura, mi sembra utile quello del "mercato", dove le possibilità di scelta sono da entrambe le parte e la scelta compiuta da una di queste agisce sulla sfera opzionale di entrambe". Insomma, il mercato, in senso lato, stabilisce nuovi criteri di scambio, di committenza, di funzioni di un'opera e perciò anche di senso dell'opera stessa, dal momento che questo senso non credo possa sussistere nell'opera in sé. Ed é forse l'opera in sé a non poter essere pensata senza tutto questo contesto, che il termine mercato in questo caso si fa carico di rappresentare.
     Insomma, un'arte prodotta e realizzata in funzione di un tipo particolare di mercato (non quello medievale, né rinascimentale, né di corte, né neoclassico, ecc.) che ne condiziona il linguaggio. Linguaggio che é frutto di una relazione tra opera e contesto, modalità di rappresentazione e di ricezione. Affermi che "la rottura nell'interazione semantico-sintattica e la radicalizzazione verso i singoli poli del linguaggio ha prodotto quel baratro di incertezze e d'incomprensione del messaggio e nella comunicazione, che ha potuto determinare l'immissione di un nuovo mercato, fondarne il potere e generare una classe critica adeguatamente interessata". Ma se fosse vero il contrario, e cioé che nella società capitalistica e neoliberista sono in funzione nell'arte quei giochi di potere tipici di questa economia e di questo sistema dello spettacolo e della comunicazione? Vale a dire, radicalizzazione dei poli e sparizione progressiva del linguaggio seguono alle modificazioni del sistema. Se così fosse il linguaggio dovrebbe essere messo in relazione non semplicemente con spazio sematico e strutture sintattiche, ma con modalità di esperienza del mondo contempooraneo diverse da quello dei secoli precedenti. E' vero che c'é una crisi del linguaggio dell'arte dovuta ad un immiserimento del sistema linguistico, ma credo questo possa essere ritenuto un effetto di un uso consumistico e comunicativo dell'arte. Anne Coquelin ne L'arte contemporanea, sostiene che l'arte delle avanguardie, che comunque non era aliena da situazioni mercantili, si basava sul consumo dell'arte, mentre quella contemporanea sulla comunicazione degli eventi, sull'informazione e non di certo sui contenuti. Eppure, questo trattamento non riguarda solo linguaggi radicalizzati o scissi, ma tutta l'arte del passato che può essere ridotta, in virtù di questo sistema, a prodotto di consumo (le file selvagge di turisti con macchine fotografiche e cineprese di fronte alla Gioconda o alla Dama con l'ermellino ne sono un esempio).
Qui, ad essere radicalizzato, non é l'equilibrio forma-contenuto bensì l'utilizzazione dell'arte secondo nuovi parametri di mercato, di ricezione, di visione, di funzione, di utilità, di senso. Per tornare alle analisi della Coquelin, la studiosa afferma che é un'onnipreszenza del consumo che sostiene l'arte moderna e che questo meccanismo é una grande macchina tentacolare, il mercato, in cui "la semplice legge della domanda e della offerta secondo i bisogni non finziona più: bisogna sollecitare la domanda, sollecitare l'evento, provocarlo, stimolarlo, fabbricarlo: la modernità se ne nutre. In questo sistema ogni intenzionalità viene a perdere di senso perché ciò che importa non sono le singole opere o i singoli artisti. "Quando vediamo un'opera della cosiddetta arte contemporanea vediamo in effetti l'arte contemporanea nel suo insieme, é questa che si espone alla vista come totalità, una totalità in sé chiusa e radicata ai suoi meccanismi di trasmissione". Se mi concedi questo, trovo giusto pensare che sia stato questo sistema ad influenzare il liinguaggio dell'arte, a conferire alle opere un grado zero, per così dire, e a scegliere quelle opere provviste della giusta vacuità e alterazione di linguaggio, per renderle più facilmente e velocemente dissolvibili nel mercato. Voglio dire, che se é vero che continua pur sempre ad esistere una parte di artisti legati ancora agli sforzi disperati di trovare il punto di incontro o di scontro tra il soggetto e la realtà, tra i processi psichici e quelli storici, c'é tanta ufficialità dell'arte (quella esposta, venduta, collezionata, pubblicata in gran numero) che é perfettamente integrata al sistema perché ha saputo adeguare i suoi non linguaggi a quei meccanismi di consumo e comunicazione.
     In tutto ciò, la "frattura interna che dualizza l'interesse per i contenuti e le forme", mi sembra virtualmente estranea all'instaurarsi di questo vuoto di senso fintanto ché rimane una ricerca, una tensione, un azzardo, un salto nell'ignoto. Il problema é vedere la strumentalizzazione che é stata fatta di queste avventure del linguaggio e della loro riduzione a poli cristallizzati, statici, a problematici e formalisti.

Un abbraccio,
Marco Tonelli





Indice del FORUM

Coordinatore del Forum: Alberto Gianquinto, phil.
Per interventi scrivere a : forum@galleriavirtuale.net
home