lla Residenza di Ripetta, di Roma, cè stata il 23 maggio la presentazione del catalogo delle 14 gallerie A.R.G.A.M., con un incontro sul tema 2001: la morte delle avanguardie, gli interventi di L. Canova e G. Tonelli, la presidenza di C. Siniscalco e un serrato dibattito di critici e artisti.
Limpressione, al di là dellinteresse suscitato dalle relazioni e dagli interventi, è tuttavia, in generale, di forte carenza nella comprensione teorica, ma anche storica, delle cause da porre allorigine della condizione dellarte contemporanea e delle sue avanguardie. Unincomprensione che si enuncia in questi termini: "la crisi non è questione di linguaggio, ma di sistema".
È proprio il contrario. Si tratta ovviamente del rapporto che intercorre fra linguaggi artistici e sistema del mercato e, con quellenunciato, si scarica sul sistema una responsabilità, che appartiene invece sostanzialmente alla situazione che sè storicamente prodotta nel linguaggio delle arti e che le teorie delle avanguardie riflettono pienamente.
Ferma restando la consapevolezza del peso mortale del mercato, lincomprensione di quale sia il vero luogo della crisi dellarte ha origine nel silenzio in cui la critica avvolge lanalisi linguistica e, con essa, lanalisi storica delle avanguardie o, piuttosto, nellincapacità di quellanalisi. La loro morte è sì decretata, per asfissia, ma non se ne comprendono le cause.
Il punto da cui partire dovrebbe essere il fatto della rottura, alla fine dell800 della tradizionale unità di forma e contenuto o, meglio, dellinterazione stretta che intercorre in vario modo fra spazio semantico (il mondo del significato e dei contenuti) e strutture sintattiche (il dominio delle forme) ed il fatto che il linguaggio, da allora, ha iniziato una deriva verso la divaricazione delle sue anime, alla ricerca, sempre più radicale, di una elaborazione indipendente, autonoma, delle proprietà semantiche del linguaggio e, per altro verso, di quelle formali; nel primo caso, a scapito di un correlato interesse per la forma e fino allipostatizzazione di uno spazio di contenuti puri e allimposizione di linguaggi privi di forma, identificabili solo per lesplicito rifiuto delle interazioni che la sintassi della lingua istituisce con il suo contenuto semantico; nellaltro caso, invece, verso lassolutizzazione della ricerca formale, come terreno di pure strutture. Alla caduta dinteresse alla forma ha fatto riscontro il disinteresse per i contenuti e per ogni spazio di significazione, sullaltro versante. In fondo ai due percorsi divergenti stanno, luno accanto allaltro, linguaggi-contenuto e linguaggi-forma, fino a quel limite, ultimo e radicale, ma tuttaltro che consapevole ed esplicito, dove è la forma stessa che si pone come contenuto dellopera o, viceversa, dove è il contenuto che simpone in un totale a-formalismo o, per intendersi, è del tutto informale.
Le origini di questo percorso? Senza andare ora per il sottile, è in tutti i linguaggi fondamentali (sonoro, visivo, verbale) che si è aperta quella frattura interna, che dualizza linteresse per i contenuti o per le forme. Nel linguaggio sonoro, dopo Wagner, cè Debussy da un lato, che va alla ricerca di armonie e timbri, che spezzano le wagneriane strutture logiche lunghe e mostrano la possibile autosufficienza semantica del colorismo: la pittura ha il suo corrispettivo nellimpressionismo e nei simbolisti; e cè Brahms sullaltro fronte, che tenta la ricostruzione delle forme (sonata, sinfonia), dopo il loro esaurimento nella poderosa esperienza creativa beethoveniana, e poi Schönberg, che radicalizza la ricerca formale con le rivoluzionarie proposte del Manuale darmonia e il nuovo sistema dodecafonico: la pittura vede Kandinskij, padre dellastrattismo, e opere come Nero crescente, il formalismo (il suprematismo) di Malevic e, a lui contemporaneo e parallelo, Mondrian; opere, in cui contenuto è già la forma stessa (una disposizione dei colori, una struttura di geometrie, la reiterazione di puri segni), molto prima di un Bertrand Lavier, per fare un nome.
E allora, per una critica alle avanguardie e per risalire, da qui, alle responsabilità del mercato, per dichiarare consapevolmente la loro morte, occorre uscire dalla recriminazione vuota e pretendere preliminare chiarezza sul linguaggio dellarte, sui distinti linguaggi delle avanguardie, sui loro limiti.
Se il sistema-arte ha potuto sostituire lartista, fino a crearlo e a dargli senso, unica risposta responsabile del critico oggi, al di là di ogni suo esito concreto, è quella di dare adito alla proposta contenuta nellintervento di Tonelli (un lavoro critico-ermeneutico a lunga scadenza e di ampio respiro delle opere). Non per comprendere ad ogni costo anche ciò che non ha comprensione possibile, ma per capire i ruoli: capire che il sistema-arte è leffetto, la conseguenza della crisi del linguaggio-arte.
Perché è questione di linguaggio? Perché è la sua crisi che consente di generare il nuovo mercato dellarte e il sistema-arte. La rottura nellinterazione semantico-sintattica e la radicalizzazione verso i singoli poli del linguaggio ha prodotto quel baratro dincertezze e dincomprensione del messaggio e nella comunicazione, che ha potuto determinare limmissione di un nuovo mercato, fondarne il potere e generare una classe critica adeguatamente interessata.
E, seconda domanda: quali sono state le scelte sui linguaggi operate dalle avanguardie in conformità con quegli esiti? Sono quelle scelte che porteranno, alla fine del percorso, alla forma come contenuto e, sullaltro versante, allinformale (qui da intendere come polo della crisi).
Il percorso delle avanguardie si può dire oggi teoricamente completato (ma non certo finito e consumato) solo perché sè esaurito il loro spazio, sul fronte del linguaggio. Dalle avanguardie storiche, rimbaudiane, che rompono con la letteratura del mito e del passato, dal ventre di queste avanguardie, che tolgono dai loro interessi la storia come espressione della memoria nellarte, nasce la successiva avanguardia, quella che celebra, per contrasto, futuro e utopia, fino alla nuova mitizzazione del mondo delle macchine e del movimento. È dalle spoglie di questavanguardia futurista e dadaista, dei Marinetti, dei Calligrammes di Apollinaire, e via dicendo, che si generano necessariamente le nuove avanguardie, quelle che procedono alla demitizzazione della nuova mitologia dellutopismo e del futuro. La storia, allora, decapitata prima del passato e poi del suo futuro, quindi mozzata della memoria e dellimmaginazione, si trova oggi ristretta allalveo del suo vuoto presente, quello riempito dalle transavanguardie, puramente fenomenologico e neutrale, incomprensibile senza la necessaria prospettiva storica. È questo il contesto generale in cui si prepara la rottura del rapporto artista-critico e artista-società e linizio delletà della grande (e crescente) incomprensione. Soprattutto, forme e contenuti non hanno più rapporto con la storia, con la memoria del passato, con limmaginazione delle aspettative e dellutopia: anzi, tagliato il passato e poi il futuro, la storia stessa viene negata come priva di senso e si afferma lonnipotenza della forma stessa, creatrice di contenuto, o del contenuto cieco e neutro nella sua informalità a-storica.
La responsabilità e il peso dellavanguardia storica (la protoavanguardia dell800) è da cercare nella rottura dellunità, interna al linguaggio, del contenuto e della forma; ma la reazione al passato, allarte neoclassica e napoleonica si precisa, nel dettaglio, come incrinatura nella costruzione testuale, che aveva avuto nel racconto, nella narrazione, la forma dominante e che annuncia da quel momento lavanzata della forma descrittiva, come abbandono dellinteresse al grande disegno storico (Zola, Flaubert, sebbene ancora al fianco di Tolstoj, Balzac, Scott); reazione al passato, che sta annidata anche nella tipologia semantica, nella scelta dellimpressionismo e poi del simbolismo (Odilon Redon, Previati, ecc.), contro i residui delle grandi allegorie storiche e mitologiche; e ancora una volta reazione al passato attraverso le figure della retorica, il dominio della metafora, della similitudine che designa loggetto con altro da sé, simile e insieme diverso dal riferimento abituale (non cè che ricordare Baudelaire e labuso della similitudine nella frequenza dei paragoni ainsi que, comme in Les fleurs du mal).
In effetti, lallegoria, prima della rottura operata dalle protoavanguardie con il passato e il mito, era intesa (ed è intesa oggi, di nuovo, dalle neoavanguardie, rovesciando il primario interesse goethiano per il simbolo, ma in un contesto ormai del tutto a-storico e solo di fredda razionalità analitica) come modo despressione decentrante (Benjamin), in cui è lintelletto che cerca limmagine sensibile e si rompe lapparenza del simbolismo e la nebulosa fusione dellattimo mistico dellintuizione simbolica e, infine, si respinge la sublimazione simbolica.
E così il dominio della metafora simponeva per la sua forza nel far slittare limmagine dal riferimento temporale, storico, a quello spaziale della similitudine, che elude se non per intervento esterno - la storicità. Verrà avversato, quel dominio, e sostituito dalle nuove avanguardie con la metonimia, in quanto valore capace di superare la macchinosità della similitudine. Ma la sua costruzione di tipo associativo, come corto circuito, nella sua immediatezza e contiguità, sovrapposizione e lateralità, come espressione di senso intensionale, ma non di significato e di chiarezza analitica, estensionale, sarà un contributo formidabile allesigenza di radicalizzazione e di appiattimento sui due poli indicati, del linguaggio.
Guardando alle avanguardie del 900, nelle loro diverse espressioni, dai futuristi al gruppo italiano di Il Politecnico soprattutto e alle relative ricerche per una nuova letteratura nazional-popolare, scambiata dai suoi critici per letteratura populista, fino per restare in Italia - alle prime neoavanguardie (il Gruppo 63 dei Sanguineti, Balestrini, Porta, Anceschi, Eco e Barilli), che cadono sotto le caustiche critiche di Pasolini, cè da dire che anche queste avanguardie si caratterizzano e si differenziano, nellambito della divaricazione in atto tra spazi di significato e nuove strutture sintattiche, attorno alla fattualità di quella frattura in corso, come scelte sul linguaggio. In effetti, le responsabilità della nuova mitologia del futuro, della macchina e della velocità, quanto allapprofondimento della rottura dellunità di semantica e sintassi e di contenuto e forma, sono da cercare ora nel nuovo passo che porta allo spezzarsi della stessa forma descrittiva in una concisione aforismatica della costruzione testuale o nella declamazione retorica del sublime, allermetismo simbolico della tipologia semantica (Mallarmé, Valéry) sempre più difficili, incomprensibili a unermeneutica superficiale e veloce - ma dove si annuncia anche il rovesciamento dei valori simbolisti, con Alfred Jarry e Apollinaire e la loro anticipazione di Breton.
È, dunque, da queste difficoltà, insite nella radicalizzazione dei poli del linguaggio, che nasce lattuale incapacità ermeneutica, che non riesce a comprendere limpasse della riduzione della forma a contenuto stesso dellopera o, viceversa, dellassorbimento e delleliminazione della forma nel contenuto.
Ma una cosa sono le avanguardie che spingono sul pedale della separazione e della radicalizzazione contenutistica o formalistica, senza analisi sui rapporti, sui vincoli e sulle interazioni di forma e contenuto; altra cosa è il carattere sempre in sé avanguardistico dellopera darte.
Il problema delle avanguardie è anche segnato dal rapporto dellarte con la politica. Non più le condizioni oggettive della storia, indicate da Marx, e neppure le interpretazioni soggettive della storia, ma la forma stessa come fattore politico del linguaggio narrare contro il descrivere (Lukàcs), lallegoria contro il simbolismo (Benjamin), la metonimia associativa contro la metafora (Pasolini) anche questo è morto, come oggetto dimpegno. Ma cè forse, possibile, un altro rapporto con la politica, quello fra lingue dominanti e lingue marginali, quello della traducibilità fra di esse, il rispetto delle differenze e, insieme, la difesa dellintegrazione culturalmente non globalizzante e imperialistica; e la responsabilità dellarte a fronte della cultura.
Occorre che larte lasci alla filosofia la formulazione della sua filosofia immanente e alla politica la esplicitazione delle sue intime aspettative politiche. E che larte dia a se stessa lultima parola sul linguaggio necessario, con una nuova ricerca di unificazione del senso e delle strutture.
Nel contesto dellattuale indifferenza allanalisi linguistica, si genera anche la confusione fra linguaggi fondamentali e multimedialità. Non si vede che non si può mettere a confronto pittura e installazioni, musica e video-arte, parola e tecno-arte; non c'è una graduatoria che le ordini in scala di valori: sono oggetti linguisticamente eterogenei, perché linterazione di forma e struttura in un linguaggio è altro dalle interazioni fra linguaggi.
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