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L'INTERVENTO
CHE SEGUE È IN RIFERIMENTO AL TESTO: REPLICA Alberto Gianquinto, phil. |
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un primo punto: latto dellartista che, soddisfatto, depone il pennello dopo un lungo percorso di tentativi può essere spiegato e compreso richiamandosi ad una saturazione del percorso dallatto mentale allatto manuale, dalla generazione dellimmagine semantica alla sua strutturazione sintattica, in cui si riduce sempre più velocemente il tempo della procedura interattiva dei due momenti:al crescere della frequenza dellinterazione corrisponde una pari riduzione della sensazione (impressione) di una divergenza tra i due momenti, che è massima allinizio della costruzione dellopera. Ma poi, a distanza di tempo, questo nesso sfuma nella memoria e si perde; lartista stesso non sa più dire: "questo era ciò che volevo"; non ricorda il processo mentale che ha generato i molteplici passi dellazione manuale e non ricorda se e quanto la sua realizzazione corrispondesse alle intenzioni. Ma questo è un processo di sensazioni psicologiche, che è parallelo a quello che è lo stato effettivo, reale, degli atti mente-corpo (immagini- manualità). Il tuo intervento ha individuato in pieno il punto più delicato del mio: quanto deve essere estesa la condivisione affinché un oggetto iconico diventi anche oggetto di una iconografia? Sullintenzione dellartista: se noi vediamo nelle icone dei particolari oggetti funzionali, ancora senza alcuna collocazione di spessore iconografico, non basta lintenzione artistica a spiegare e a giustificare il passaggio dellicona al suo essere oggetto iconografico. La comprensione dellintenzione (con tutti gli aspetti psicologici connessi) spiega soltanto che loggetto iconico (il significante) è in relazione col significato dellimmaginazione mentale (e che noi, per comodità, collochiamo in una mente distinta e separata dalla mano, ma che è un atto incommensurabile con il prodotto realizzato dalla mano). Loperazione dellartista è un atto di mimesi del reale-mentale; quindi il significato è da collocare nello spazio del reale-mentale, mentre significante è il segno (la connessione dei segni, in quanto sintassi). La comprensione dellintenzione non è comprensione della transizione di unicona al suo valore iconografico (cioè del passaggio da unicona ad un oggetto iconografico): è solo comprensione di esistenza di un interazione in atto di tipo semantico-sintattico, cioè del fatto che si crea una struttura sintattica con cui si instaura un rapporto di significazione significante-significato. Questo vale al livello dellartista (soddisfatto o meno che sia). Ma vale anche al livello del critico e dei tanti o infiniti critici ai quali si voglia pensare. Ma anche qui si coglie un significato (o meglio: si coglie una struttura e si pensa che questa stia per un significato): non si costruisce ancora una trasformazione di un oggetto iconico in un oggetto iconografico. Vediamo meglio: riduciamo il limite dellestensione della condivisione ad un solo individuo-critico: si conserva anche in tal caso estremo la condivisione iconografica dellicona? o si elimina del tutto il valore iconografico di quellicona? Da qui non si cava nessun ragno nel buco. Infatti, una cosa è la riduzione più o meno spinta dellestensione della condivisione sociale: e questo aspetto rigarda liconograficità dellopera; altra cosa è la riduzione (o espansione) più o meno spinta della significazione e della comprensione della significazione: e questo aspetto riguarda lo spazio semantico dellopera. Si tratta di due operazioni diverse, che hanno due loro sensi diversi: una operazione è la costituzione di un oggetto iconografico, laltra è la creazione di una relazione semantica (significante-significato). Tornerò più oltre sul perché siamo in presenza di due operazioni distinte. Intanto possiamo dire che il tempo di sedimentazione della realtà iconica (di fatto sempre più ridotto) riguarda dal punto di vista sociale liconograficità dellopera (la sua costituibilità in oggetto iconografico) e riguarda dal punto di vista individuale il ricordo di una comprensione-significazione già avvenuta nellartista (e nel critico). Una prima indicazione sul perché della diversità tra operazioni di costituzione di un oggetto iconografico e operazioni di relazionamento semantico proprie dellicona: il fatto è che non è uniconografia che significa qualcosa: quello che significa è loggetto-codice rispetto alla realtà-cosa. In altre parole: il significato si pone entro una relazione di mimesi del reale, non entro una relazione di estensione-condivisione del codice (è il pensiero degli antichi sofisti che ha spostato il piano della verità dal rapporto uomo-mondo al rapporto uomo-uomo). Allora, la questione se possa esserci uniconografia che significhi la stessa rapida dissoluzione della realtà iconica, a mio giudizio non è posta correttamente se non è liconografia a significare qualcosa, ma è loggetto simbolico (il codice linguistico) rispetto alla realtà. Anche se tante opere oggi intendono significare la dissoluzione della permanenza del senso, ciò non è sufficiente per asserire che siano anche oggetti iconografici. Loggetto iconografico è un oggetto iconico che assume la sua valenza icono-grafica perché è iscrivibile in una icono-logia che le assegna quel valore, appunto icono-grafico: liconografia non è il senso (il significato) intensionale [logicamente intensionale (attenzione: intensionale, cioè termine diverso da intenzionale)] delloggetto iconico, ma è il valore estensionale di tale oggetto. Ho introdotto questa coppia intensione-estensione, che sta alla radice della teoria logica del significato degli enunciati linguistici, perché il senso intensionale delloggetto iconico (pur nel suo riferimento interno allenunciato linguistico, che è un riferimento di mimesi reale-mentale e che può esser visto come relazione estensionale), è il concetto, lidea, il valore che lartista si propone di suscitare, mentre lestensione è un riferimento oggettuale esterno allenunciato linguistico, che riguarda la sua verità o meglio, trattandosi di arte e non di scienza, la sua ampiezza culturale e sociale, la sua condivisione appunto. Ancora: lo spazio intersoggettivo artista-critico fonda una relazione di interpretazione del significato, ma non veicola quellinterpretazione in una dimensione sociale, trasformandola da icona in oggetto iconografico; per lo meno non lo fa a-priori. Affinché ciò accada, occorre che linterpretazione sia comunicata, passando così dallo spazio dellintensione allo spazio della estensione. Insomma: se la comprensione tocca la qualità, il concetto intensionale, il problema della comunicazione e della condivisione, di per sé, è di estensione quantitativa. Anche lo spettatore interpreta lopera fatta dallartista; ma di per sé questatto dinterpretazione non veicola linterpretazione nellestensionalità. In altre parole: la potenza iconografica dellopera (icona) è nella comunicazione dellinterpretazione, cioè in una condivisione. Larte del passato ha potenza iconografica non perché ci sono stati uno-tanti rapporti critico-artista o critico-pubblico, ma perché questi rapporti sono stati e sono diventati rapporti condivisi. Sullesempio dellideogramma cinese: non credo che esso sia calzante perché quando avessi imparato la lingua ne comprenderei il suo significato, ma non potrei assegnergli valore comunicativo di condivisione senza associarlo al sistema degli ideogrammi condiviso dalla lingua cinese; e questo, nel nostro problema, è un elemento distinto da quello della comprensione. Viceversa, anche se condivido il sistema di ideogrammi della lingua cinese, non riesco a dare significato allideogramma senza conoscere la lingua cinese. Tutto questo mostra, almeno credo, la diversità dei due problemi. Sul ricorso alla citazione nelle opere darte: sono convinto che ci siano opere che non sono citabili; in che modo si può citare la tela nera di Ad Reinhard? Sarebbe solo possibile copiarla per intero. Le sue opere, inoltre, sono pienamente comprese (dai critici competenti) quanto alla loro intenzione significativa. Infine, non ritengo che possa esserci una qualche condivisione del valore iconografico di unicona (tela nera) che sia testimonianza del significato della fine dellarte, perché quelloggetto iconico non ha citazione possibile e non ha quindi possibilità di riferimento iconografico (anche se è ben comprensibile) nello spazio dellarte contemporanea. Citazione, comprensione, condivisione iconografica sono, a mio parere, fatti diversi tra loro. Certo: io non sono in grado di dire quanto estesa sia la condivisione, ma so che la condivisione comunicativa e la costituzione iconografica dellopera sono un processo diverso da quello della sua comprensione in quanto icona. Anzi: se cè comprensione, allora cè anche comunicazione e, se non vado errato, prima cè la comprensione e poi la condivisione possibile. Molto giustamente dici: cambia la funzione che ha oggi il dipinto (come pratica culturale, politico-sociale, economica o semplicemente esistenziale) e questa funzione è generata, prodotta, parte dallartista e parte dalla società. Ma se si assiste oggi ad un collasso, questo è in atto non tanto nello spazio della comprensione dellicona, quanto nel valore della condivisibilità iconografica: lopera non ha il potere di diventare tema iconologico-iconografico e di essere proprio così sentita e citata (come un Eros-putto bendato o come il mondo dei valori simbolici offerto dalle immagini, dai temi e dai concetti contenuti in unopera come lAllegoria del Tempo e dellAmore del Bronzino). Si può citare, e farne oggetto di iconografia, Tiziano e la Allegoria della prudenza o, come Panofsky lo chiama, il Padre Tempo; ma la fine dellarte? Finché non venga associata ad una figura citabile, come accade per il tempo o per le associazioni figurative di Tiziano, direi di no. Così, per questo motivo, non si può parlare di un modello iconografico che abbia come tema-oggetto la impossibilità (contemporanea) della iconografia stessa. Anzi: se unopera è veicolo di contenuti simbolici quanto alle sue intenzioni e addirittura al suo ben compreso significato (tu ricordi il gruppo diPittura Monocromatica di Leverkusen [Newmann, Rothko, Klein, Fontana, Manzoni], non è proprio detto che tali opere possano contenere o essere soggetti iconografici citabili e condivisi). Daltronde, cosè una iconografia di una impossibilità? Il senso panofskiano del termine iconologia (ramo della storia dellarte che si occupa del soggetto o del significato delle opere, contrapposto a quelli che sono i loro valori formali: Il significato nelle arti visive, p. 31) sembra occuparsi poco e solo indirettamente del tema della condivisione sociale e della comunicazione del significato; ma certamente limita il campo iconologico a quel significato essenziale che si coglie attraverso un gran numero (non meglio precisato) di osservazioni e di interpretazioni fra loro analoghe, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo [che in realtà sono sempre ri-conoscimenti, sia a livello di significati primari, sia di significati secondari, sia di significato intrinseco (per usare la terminologia panofskiana, pp. 31-44)]. Per questo, parlare di iconografia della morte dellarte mi sembra unimpresa impossibile: manca una storia dei tipi, una storia dello stile, una storia dei simboli (sintomi culturali). Impossibile è una iconografia che renda conto dellimpossibilità storica della condivisione di unarte che non ha valori iconologici già condivisi: cioè, che renda conto in modo autoreferenziale della sua mancanza di iconografia. Analogamente, per lo stesso motivo, impossibile è una iconografia intesa come iconografia di un patrimonio culturale non-condiviso: liconografia presuppone e si basa su un patrimonio culturale condiviso. La condivisione è creata su un supporto teorico di testi, dichiarazioni, ecc., ma si costituisce come tale solo consolidandosi come storia di simboli, di tipi e di stili. In una tela monocroma, il valore simbolico di essa non sta in una sua interpretazione, che la fa essere astratto e generico valore spirituale o daltro genere: occorre che colore, materia, spazio, composizione, tema, spiritualità, Weltanschauung siano riconducibili a stili, tipi, simboli, sintomi di spazialità geo- culturale e storica. Se questi non sono rintracciabili nellopera, si è in presenza di un oggetto iconico senza spessore iconografico. Tutto qui. Allora, la funzione dellUrinatoio di Duchamp, che si compie come oggetto museale e non altro, testimonia che non tutta larte deve necessariamente coincidere con la sua iconografia, così come non tutti i rapporti umani sono vissuti e condivisi come rapporti degni di iconografia. Unarte senza iconografia, come credo sia larte delle avanguardie di oggi, è tale come è testimoniato dai suoi problemi di comunicazione (citazione in primis, numero di ammiratori, di pubblico, di condivisione; non dico, invece: di comprensione). Il critico che voglia dare ad essa valore iconografico dovrebbe ri-conoscere in essa una storia di stili, di tipi, di simboli: insomma, ritenere di poter farla uscire dal suo ambito strettamente (o meramente) fenomenologico, quello che le scelte avanguardistiche hanno ad essa assegnato. Per ridurre il nesso iconografia-condivisione a uno schema logico, possiamo dire: se cè iconografia allora cè condivisione; cioè (per una legge logica che risale a Crisippo) è allora impossibile una iconografia senza anche condivisione. Ma, viceversa, non è vero che la condivisione implichi uniconografia [i termini sarebbero reciproci ed equivalenti]; dunque (per la stessa legge di prima) è possibile condivisione senza iconografia. Infine: tu stesso vedi, con lesempio che porti di Botticelli, che pochi percepiscono tutto il valore simbolico della "primavera": è unopera ricca di iconografia, ma è la sua condivisione ad essere storicamente variabile ed a perdersi lentamente col tempo. Ma un perduto valore simbolico non sta a dire che esso non fosse presente. Alberto Indice
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