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racciare i limiti "operativi" e teorici di una realtà iconica,
delle sue fonti ("testo" e "contesto"), della ricostruzione ermeneutica
in senso lato sulla base di una relazione di "conversione" e/o "transcodifica"
(come hai messo in luce all'inizio della tua risposta) è esattamente
l'intenzione primaria, l'oggetto affettivo e pulsionale della mia tesi
dal titolo "Diffidenze e definizioni iconografiche nell'arte contemporanea".
L'esigenza di questo scritto è stata quella di soddisfare il
sentimento di incertezza che si prova nel cercare di definire un quadro
teorico che possa in qualche modo tracciare dei confini, delle possibilità,
delle estensioni iconologiche ed iconografiche nell'arte contemporanea.
Seguo con entusiasmo la tua risposta e, citando alla lettera alcune
tue affermazioni, mi soffermo sulla tua delucidazione di "incommensurabilità"
tra intenzione e realizzazione artistica. Si tratta evidentemente di
una relazione che, non avendo "misura in una differenza", non la si
può porre in termini quantitativi e su questo mi trovo pienamente
d'accordo. Mi torna in mente il concetto di "coefficiente d'arte" di
Duchamp, vale a dire la differenza tra quello che vuole e realizza l'autore
e quello che vede ed intende l'osservatore. Per lui questa era l'essenza
di un'opera che si potesse definire "d'arte". Una differenza di potenziale
dunque. Ma credo che la tua affermazione di incommensurabilità
lo dica meglio, almeno dal punto di vista estetico e semiotico: la discrepanza
è data tra "spazio della significazione e strutturazione sintattica
dell'opera".
(Eppure, detto per inciso, come spiegare il comportamento dell'artista
che, dopo tentativi ed errori, dice finalmente: ci siamo, è quello
che volevo!)
Ora, un punto di disaccordo o almeno di una possibile ed auspicabile
discussione si presenta quando passi a scrivere della condivisione di
una rappresentazione iconografica, che esisterebbe solo "per il fatto
che essa risulta come prodotto di una iconologia socialmente accettata".
Le avanguardie, a tuo giudizio, avrebbero praticato una iconografia
non condivisa e liquidando la tradizione iconografica avrebbero sfilacciato
il "tessuto della comprensione" stessa dell'opera e della possibilità
di trasformare "l'esistenza iconica in iconografia".
Nell'arte contemporanea dunque, l'oggetto iconico non entra nello spazio
della condivisione e non può divenire perciò iconografia.
In questo niente da dire, visto anche, a posteriori, il fallimento dell'utopia
messianica di un Mondrian, ad esempio, il quale riteneva la sua arte
un sostitutivo temporaneo in attesa dello svelamento societario del
neoplasticismo alle masse o di gran parte dell'astrazione della prima
metà del novecento.
Ma, mi e ti chiedo, quanto deve essere estesa la condivisione in un
ambito artistico qualsiasi per poter osservare quel passaggio da oggetto
iconico a iconografia? Come fare insomma a misurare questo limite? A
proposito Gombrich si chiede fino a dove estendere l'interpretazione
iconografica, quando fermarsi? Di fronte alla Causarum Cognitio dipinta
da Raffaello nella Stanza della Segnatura, ad esempio, Vasari decodifica
le scritte visibili sui libri delle diverse personificazioni, il simbolismo
dei colori, le decorazioni del trono: ma perché non anche l'andamento
delle pieghe
o le posizionji delle dita?
Torniamo all'esempio che ricorre più spesso nella tua risposta:
Ad Reinhard.
Già affermando che, nell'opera di Reinhard, un "valore simbolico
viene a crearsi nel CONTESTO culturale della critica", in qualche modo
ipotizzi di fatto un contesto, seppur piccolo e limitatamente, specialisticamente
condiviso. Alla tua affermazione legittima e necessaria secondo la quale
il testo, finché non sia ampiamente condiviso, non si solleva
al livello di testo iconologico, mi viene da rispondere ancora una volta
con la domanda: come stabilisci l'ampiezza della condivisione?
Sono d'accordo con te quando scrivi che "senza una collocazione iconografica
che dia spessore iconografico", la tela di Reinhard è "un semplice
oggetto d'uso che un guardiano di museo può raccogliere per pulirsi
le scarpe" (e questo vale per gli stracci di Pistoletto, i cavalli di
Kounellis, le lastre di Serra, il cotone di Manzoni, i sacchi di Burri,
gli scarabocchi di Pollock, ecc.). Siamo qui a livello di pura intenzionalità,
al limite supportati da una testualità iconologica ma non iconografica,
a livello insomma di "affermazione, di prassi". Siamo nel campo del
"soggettivamente intenzionale". Pienamente d'accordo ed illuminato dalle
tue affermazioni a riguardo.
Hai certamente colto il problema alla sua radice e mi permetti di mettere
meglio a fuoco le questioni che mi stanno più a cuore. Però
io insisto nel chiederti: come fare a stabilire l'estensione della condivisione?
E' vero che l'eliminazione della memoria storica, del passato, dell'antico,
crea un vuoto intorno al soggetto. Ma credo che la condivisione sociale
(e quindi il valore iconografico di un'opera) sia tragicamente e semplicemente
mutata ed abbia sì ristretto e rarefatto il limite d'espansione,
ma che non lo abbia eliminato e che comunque una condivisibilità
la permette o la "trascende nella condivisione intersoggettiva", come
scrivi a proposito del contesto culturale della critica e dell'assunzione
sociale della pittura di Reinhard.
E' vero che in epoca contemporanea i tempi di sedimentazione delle realtà
iconiche si sono parossisticamente abbreviati. Se nel passato l'iconografia
era, in una qualche maniera, già data, già condivisa,
immediata senza bisogno di "esplicitazione", in epoca contemporanea
il tempo per la sedimentazione iconografica è più ristretto,
schizofrenico, errante, un attimo da cogliere al volo. Chiamala pure
dissoluzione iconografica ma è pur sempre un'iconografia significante
di questa dissoluzione.
Insomma, perché non considerare almeno lo spazio intersoggettivo
artista e fruitore come un modello in nuce ma pur sempre vitale di un
contesto spaziale e temporale capace di fondare e conservare una possibile
condivisione iconografica? Una sorta dunque di roccaforte iconografica
della coscienza creativa che cerca, a volte disperatamente, altre entusiasticamente,
di stabilire un nesso sociale tra il sé ed il mondo che osserva
le sue emanazioni iconiche. Se insomma sei disposto ad accettare la
definizione secondo cui è lo spettatore a fare l'opera, o meglio,
a permettere con la condivisione sociale (che deve dipendere necessariamente
anche dallo spettatore) che un oggetto iconico diventi anche iconografico,
non vedo perché non si possa attribuire al rapporto critico-artista
quelle potenzialità iconografiche che sono date per scontate
nell'arte del passato. Dal momento che affermi che non è una
questione di misure, di quantità ma di qualità non vedo
differenza di qualità tra l'essere l'unico ascoltatore al mondo
di un giornale radio o far parte di una massa di milioni d'ascoltatori.
Il messaggio sarà lo stesso in entrambi i casi, a cambiare saranno
le conseguenze. Un ideogramma cinese per me non si pone affatto né
nella sua significanza né nel suo significato perché non
so il cinese (manca insomma la condivisione personale e sociale). Ma
qualora imparassi il suo significato per me si istituirebbe un'iconografia
verbale, anche laddove fossi rimasto l'unico sulla terra a conoscere
il cinese. La condivisione sociale non si può misurare ma basta
che un solo spettatore condivida l'iconologia di un dipinto di Reinhard
perché questo diventi "iconografia".
Sono d'accordo con te che l'icona di Reinhard non è citabile
come un putto bendato e che il suo significato dipende (anche, aggiungo
io) dalla sua collocazione iconografica (cioè museale o storico
critica). Ma è un fatto che le sue tele nere siano condivise
probabilmente da migliaia di appassionati d'arte. E così accade
per Klein, Rothko, Newman. Il punto non è nel fatto che per l'arte
contemporanea si possa o meno parlare di iconografie rispetto ad una
condivisione sociale. Il vero problema è nella funzione che ha
oggi un dipinto, o meglio, la pittura come pratica culturale, esistenziale,
sociale, commerciale. La perdita di una condivisione universale, la
crescita parallela della frammentazione della conoscenza, della supremazia
schizofrenica del soggetto disperso rispetto ai grandi sistemi sovrapersonali
del potere e della conoscenza, non impedisce la creazione di iconografie
contemporanee. Quello che muta è l'atteggiamento del critico,
del collezionista, del passante che entra per caso in un museo d'arte
contemporanea e non più, per necessità e per dovere morale,
all'interno di una chiesa. Potremmo al limite dire che l'opera, se pur
non riesca a proporre un modello iconografico di condivisione, è
pur sempre un'iconografia che mostra e dichiara questa impossibilità,
questa difficoltà storica. Se vogliamo, è iconografia
di un patrimonio non culturalmente condiviso, dettata sì principalmente
dal suo contesto ermeneutico ma anche in grado di uscirne, di essere
trasmessa, di veicolare l'immagine verso contenuti simbolici (vedi la
sacralità, la stasi contemplativa o l'assoluto spirituale manifestato
e "codificato" -cioè condiviso- dalla pittura monocroma a partire
da Malevitch, e poi Reinhard, Newman, Klein, ecc.).
Credo che l'iconografia esista anche in presenza di una minima condivisione
sociale, pur se ha bisogno di supporti teorici, dei testi degli artisti,
della dichiarazione delle intenzioni. Quello che al limite potrà
stabilire il grado di presenza di questa iconografia saranno parametri
interni all'ermeneutica dell'opera e non dipendenti dal contesto sociale.
Se insomma sono in presenza di una tela monocroma, di una installazione
o di una scultura astratta, saranno gli aspetti sensibili del colore,
della materia, della teatralità o della spazialità dell'opera
a dare sostanza all'immagine, qualunque essa sia. Come scritto nella
mia tesi, le disseminazioni di oggetti, detriti e rifiuti all'interno
di una galleria o di un museo, seppur mostrano il grado zero di una
iconografia, all'interno di questo contesto (anche sociale, se spazio
condiviso e con una funzione) pongono pur sempre il problema di un'iconografia
di grado zero. L'urinatoio di Duchamp funziona iconograficamente (ed
iconologicamente) a quel modo solo dentro un museo e non in un bagno
pubblico.
Come critico d'arte per me parlare di iconografia dell'arte contemporanea
significa ammettere la possibilità di vivere e CONDIVIDERE rapporti
umani, personali e sociali con un tipo particolare di individui (artisti
ed opere d'arte e poi anche studiosi, critici, storici, operatori di
musei) e attraverso questi rapporti avere esperienza e coscienza di
me, degli altri, della società. Nella frequentazione di uno studio,
nell'analisi delle opere qui osservate, nella comprensione di certe
immagini, nel discorrere con l'artista, per me si attua un lento ed
appassionato processo di instaurazione e ricostruzione di una iconografia,
di una simbolizzazione di un vissuto, di un'esperienza senza la quale
il mio atteggiamento verso il mondo sarebbe diverso, con altri punti
di riferimento.
Virtualmente, secondo il tuo pensiero la pittura di Newman avrebbe meno
ammiratori di quella di Raffaello perché è intrinsecamente,
strutturalmente, semanticamente impossibile che questo tipo di pittura
si possa istituire iconograficamente e perciò socialmente. Ma
se fosse l'ultima pittura ad essere rimasta in seguito all'esplosione
di un ordigno atomico intelligente in grado di eliminare tutta la pittura
del mondo che non fosse monocroma (e con essa anche la memoria di quella),
non diventerebbe Newman il modello pittorico ed iconografico per eccellenza,
socialmente condiviso dall'umanità intera, studiato nelle scuole,
ammirato e pregato nelle chiese o affrescato nelle volte?
Storicamente, la tua posizione è inattaccabile, perché
di fatto la condivisione di Newman è meno ampia di quella di
Raffaello. Ma si deve comunque tenere in conto che il sistema di potere
culturale e collettivo che è dietro al primo è meno ampio
del secondo e non forse solo per ragioni semantiche. Del resto il Giardino
di Venere o Primavera di Botticelli, come rilevato da Wittkower o Gombrich,
ha senso non tanto nella rappresentazione del mito, ma nella sua allegoria
iniziatica, nel suo snodarsi di significati ulteriori come in un processo
alchemico (e il tema del dipinto in questione è appunto una processione).
Pur essendo un'opera ancora oggi ad alto grado di condivisibilità,
quanti sono oggi (ma anche all'epoca) quelli che veramente possono percepire
il suo valore simbolico, metaforico, filosofico, le vicende legate alla
committenza, che di fatto hanno motivato la sua realizzazione?
Cos'è e in che misura viene qui, di fatto, socialmente condiviso?
Se si accetta la definizione per cui l'arte contemporanea sia un margine
esiguo di sopravvivenza, una lembo sottile di terra alla deriva, uno
spazio quasi del tutto impraticabile di detriti e frammenti d'essere,
credo allora che, fatte le debite premesse, a maggior ragione un tentativo
iconografico lo si debba pur tentare. Basta tener presente il carattere
non istituzionale né programmatico di questo tentativo.
Anche (anzi, soprattutto) da un'eventuale impossibilità di qualsiasi
dichiarazione "iconografica" può venir fuori una nuova ermeneutica
che meglio possa ricondurre queste icone frastagliate ed inconcludenti
della nostra contemporaneità ad uno od a svariati sensi. In conclusione,
ritengo che la condizione involontaria dell'opera d'arte contemporanea
(nelle espressioni più estreme ed in linea coi tempi) risulti
essere per difetto un pretesto, una promessa iconografica mancata, un'occasione
per l'artista per far perdere le proprie tracce nel mondo. In questo
contratto senza contraenti responsabili e consapevoli, l'opera d'arte,
in lutto per la morte del senso iconografico, ha il compito di constatare
questa perdita, verificarla sulla propria pelle e o consegnare le armi
al nulla inerte di immagini artificiali e di pratiche
tecnologico-pubblicitarie, oppure ritagliarsi lo spazio di sopravvivenza
nelle cavità buie e drammatiche del soggetto. Qui, pur nella
sua solitudine ed autoreferenzialità, avrà ancora senso
parlare di iconografia.
IL
DIBATTITO PROSEGUE CON:
REPLICA
di Alberto Gianquinto, phil.
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Coordinatore
del Forum: Alberto Gianquinto, phil.
Per interventi scrivere a : forum@galleriavirtuale.net
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