na realtà iconica (ogni opera prodotta nel linguaggio visivo è certamente tale) nasce sulla base duna creazione specificatamente artistica o semplicemente di operatori culturali singoli o collettivi, a volte non-intenzionale, ma per lo più intenzionale, sia attraverso lutilizzo di fonti (iconologiche o iconografiche) esistenti, sia anche indipendentemente da fonti specifiche.
Quali fonti, sono da prendere in considerazione sia testi (del linguaggio verbale, visivo stesso o sonoro), sia il contesto culturale nel quale le fonti hanno assunto dignità simbolica o hanno concorso alla costituzione di questa e si sono poi cristallizzate anche in date forme.
Ulteriore elemento nel nesso icona-fonti, ma anche - chiamiamolo così - elemento iconico in-assenza-di-fonti, è la (ri)-costruzione storico-critica della realtà iconica; ricostruzione, questa, che si pone tecnicamente come interpretazione possibile, generativa della comprensione semantica della realtà iconica: una ermeneutica, in sostanza.
Così come cè un limite oggettivo allaccesso delle fonti e alla definizione del loro contesto, esiste un limite intrinseco tanto nella ermeneutica del non-intenzionale, quanto allesplicitazione stessa dellintenzionalità, sia essa operata dallartista, sia dal critico-ermeneuta.
La fonte, incluso il suo contesto culturale, non è - rispetto allicona - in una relazione di traduzione, ma di transcodifica, di conversione di altri codici (verbali o meno) in un codice visivo, quindi di associazione di elementi presi da codici distinti e di metaforicità non-verbale, implicita nel carattere analogico della rappresentazione iconografica. Vale spiegare questo punto.
La metaforicità propria dogni codice linguistico (verbale, visivo o sonoro) - la si chiami metaforicità - non va confusa con quella specifica che il codice assume, al confronto con i suoi congruenti semantici (metaforicità): una cosa è, infatti, il carattere analogico di unicona rispetto alla sua fonte (così come licona di un bulldog rispetto alla fonte Churchill, nella nota vignetta, oppure un putto bendato come amore cieco); altra cosa è il carattere analogico delloggetto-significato (sia esso reale o mentale) rispetto al segno-simbolo che lo significa, come accade nella relazione semantica del bulldog in quanto simbolizzante-significante il corrispondente oggetto (reale o mentale) significato. Tanto più i sensi di metaforicità ora indicati non vanno confusi con la metaforicità verbale, che assegna diversa estensione ai suoi significati: questa è la metaforicità in senso stretto (la si chiami metaforicità), come nel caso della personificazione, della sineddoche, dellantonomasia, delliperbole, del litote e dellironia.
Il valore allegorico o simbolico (nel senso goethiano dei termini) è invece, nel linguaggio visivo dellicona, un valore proprio, che si conserva o dovrebbe conservarsi nel programma iconografico, che è programma di conversione (su base metaforica) del codice della fonte e riguarda (o dovrebbe riguardare) appunto la conservazione dellallegoricità o del simbolismo della fonte nel nuovo linguaggio visivo, cioè nella transcodifica (o conversione).
In altre parole: non è il programma iconografico per se stesso a dire qualcosa sul significato di allegorie e simboli; questi sono piuttosto trasportati, nella transcodifica dei codici (con una convertibilità associativa di codici).
Questa convertibilità, tuttavia, che dovrebbe poter essere in grado di conservare - nel trasbordo - il significato delle une e degli altri, resta invece problematica, sia nel limite oggettivo allaccesso delle fonti e alla definizione del contesto in cui esse si collocano, sia ancora nellintenzione dellartista-operatore, sia infine nella capacità penetrativa del critico-ermeneuta.
Cè dunque inadeguatezza dal lato del risultato iconografico ed anche da quello della completezza dellapparato dellacquisizione iconologica; ma questo doppio limite altro non è che il prodotto della incommensurabilità intrinseca al potere analogico del linguaggio visivo, intrinseca alla sua potenza metaforica, a fronte delle fonti di riferimento. È la transcodificabilità delle fonti e del loro contesto ad essere intrinsecamente inadeguata o, per meglio dire, ad essere operata su termini tra loro incommensurabili. Il programma iconografico della conversione delle fonti, offerto nel dato iconico è, potremmo dire, asintotico, tangente. Con questo, i significati allegorico-simbolici si trasformano, slittano di piano e dimensione, spostano gli accenti, cambiano del tutto e non sono né raffigurabili univocamente, né criticamente definibili.
Quellincommensurabilità che esiste fra codici delle fonti (testi e contesto, soprattutto) e il codice visivo della loro icona (una incommensurabilità che, non essendo data né universalità né meta-storicità del codice visivo, va a sua volta intesa almeno come scarsa e differenziata omogeneità fra codici visivi depoche diverse posti a confronto) si ripresenta anche come incommensurabilità tra oggetto mentale (come immagine con potere significante) e icona (in quanto prodotto-significato). La discrepanza è data ora tra intenzione e realizzazione artistica o, meglio, tra spazio della significazione e strutturazione sintattica dellopera. Non cè qui un qualche resto (risultato duna differenza) non espresso e casuale, in quanto escluso dai processi intenzionali della creazione artistica: la relazione in questione è tra termini decisamente incommensurabili, come possono esserlo unoperazione mentale e loggetto prodotto, latto iconografico e licona. Se mai fosse, linespresso, lintenzione mancata riguarderebbe latto, non la relazione atto-prodotto, non una differenza quantitativa fra luno e laltro. Lincommensurabilità non ha misura in una differenza, perché non la si misura affatto.
Questa seconda incommensurabilità è assai interessante perché pone la questione se il nesso precedentemente posto tra icona e fonti non possa ripresentarsi ora come nesso fra prodotto darte (come icona) e atto di creazione dellartista-operatore (considerato come fonte iconica).
Licona esiste come fatto iconografico solo in e per uniconologia socialmente e/o storicamente condivisa.
Quindi, se si può certo affermare che storicamente esiste una raffigurazione iconografica solo per il fatto che essa risulta come prodotto di una iconologia socialmente accettata di significati e di simboli, larte delle avanguardie, viceversa, che rompe intenzionalmente con il mito e la storia, non si appella, nel generare oggetti iconici, ad una iconologia e non crea dunque icone in quanto oggetti di una iconografia: nellatto della sua produzione artistica non cè accettazione culturale, condivisa, delloggetto iconico.
Lesistenza iconica, dunque, in buona sostanza, non è a priori fattore di iconografia, finché o perché non è (ancora) iscritta in una iconologia. Solo nel contesto storico o culturale avviene questo passaggio: la banidera rossa piantata sul Reichstag della Berlino occupata o le fotografie di Salgado dalle miniere doro brasiliane sono immagini che si sono fatte e sono diventate iconologiche e che sinscrivono nelliconografia contemporanea nel momento in cui diventano, generato dai media, patrimonio culturalmente condiviso. Senza di ciò, come accade per la maggior parte dei casi, le opere restano semplici oggetti iconici.
Larte (sia astratta che figurativa) può percepire con occhio dionisiaco, nellorizzonte semantico dellimmaginazione, anche il senso del passato e del mito o i valori del progettare umano e dellutopia; ma, anche in questa circostanza, seppure lontana da molte correnti dellavanguardismo artistico, il significato sussunto come immagine e poi comunicato con struttura sintattica in una forma, non è ancora appropriato da e nel medium culturale, come dato iconografico, attraverso quella comprensione iconografica che nasce dalla critica e dalla condivisione culturale e che si colloca in un contesto storico di riferimenti e di citazioni. Senza questa appropriazione storica e spaziale (geografica), critica e condivisione (per quel che possono essere) non bastano a rendere la loro comprensione un effettivo riferimento iconologico e quindi a rendere lopera un atto iconografico.
In altri termini, la critica del mito e della storia, nelle avanguardie, porta con sé la liquidazione di una tradizione iconografica; e loggetto iconico perde allora le connessioni anche con quelliconologia che fornisce il tessuto della sua comprensione.
Il fatto iconico è costituito dalloggetto iconico (il putto bendato), ma non dal suo contenuto (lamore è cieco): loggetto, infatti, solo in connessione con il suo contenuto costituisce una realtà iconografica, e non soltanto iconica. Né il fatto iconico è costituito dallatto della raffigurazione, che è una relazione iconica (è la mimesi delloggetto reale o mentale): relazione, non necessariamente carica di contenuto iconografico e iconologico.
Tuttavia, loggetto iconico non è proprio soltanto del linguaggio dellimmagine, non appartiene solo ad esso, bensì ad ogni linguaggio: icona è infatti anche un logo editoriale, icona è la mossa del varietà napoletano o parigino, icona è una sigla sonora di un programma musicale, ma anche il tema (leitmotiv) usato da Wagner sistematicamente; ed ancora, icona in letteratura è ogni immagine ricorrente (tema, motivo, topos e ancora una volta leitmotiv). Quindi, se il linguaggio figurativo rappresenta-raffigura, quello sonoro esprime e quello verbale denota, questa distinzione non porta a concludere in favore di una differenziazione fra linguaggi iconici e aniconici. Il fatto che tanto il linguaggio sonoro quanto quello verbale siano iconici dipende da ciò, che unicona si costruisce in una sintassi, che la forma sintattica è produttrice di icona, proprio come limmagine del linguaggio visivo. Si può asserire soltanto che temi, leimotivs, sigle ed altro sono semplicemente icone più forti, portatori eventuali di potenzialità iconologiche. Ma il linguaggio verbale e sonoro, invece e ovviamente, non è iconografico.
Sè detto che larte figurativa contemporanea delle avanguardie non ha alle spalle una iconologia e che allora a priori non può generare iconografie (a volte ciò accade a posteriori), ma semplicemente oggetti iconici.
Lespressione delloggetto iconico viene inserita a posteriori in uno spazio interpretativo e comunicativo; ma questo evento non garantisce il passaggio del fatto iconico ad una realtà iconografica: linterpretazione - sia della critica, sia nelle descrizioni o nelle spiegazioni dellartista (in quanto critico di se stesso) - e così la comunicazione, non sono atti iconologici che diano realtà iconografica allicona. Uniconografia si genera, come sè detto, solo nel contesto storico (temporale) in cui si collocano gli antecedenti che la costituiscono, e nel contesto geografico (spaziale), dove licona assume ampiezza culturale socialmente condivisa.
In altre parole: il valore iconografico dellicona non si produce nellatto della creazione di una forma, nella transizione dallinespresso allespressione, ma solo con il ritrovamento di una forma in un contesto spaziale e temporale.
Gran parte dellarte contemporanea, figurativa o meno (ma certo non tutta), è priva di espliciti riferimenti iconografici e iconologici, ma non di citazioni alla cultura figurativa passata e presente (richiami cubisti in unopera, poniamo, non sono ancora e non hanno il potere di indicazioni iconografiche negli oggetti iconici che la costituiscono); il linguaggio pittorico e scultoreo, infatti, si appoggia di frequente al linguaggio verbale (al ready-made) per ricavarne una spiegazione dellopera: è lartista stesso, non il critico, a fornire chiavi di lettura. E queste non sono - si badi bene - formulazioni inter-mediali, cioè incontri di linguaggi diversi, come si possono avere, poniamo, nellopera lirica, tra linguaggio sonoro e verbale: sono direttamente interpretazioni, operazioni ermeneutiche dellimmagine, anche sottratte al critico. Ma esse non possono assumere di per sé valore iconologico, fino a quando non entrino in un contesto culturale condiviso. Uniconologia non si costruisce, per così dire, a freddo, attraverso ermeneutiche critiche e dartista; si deposita invece nel tempo storico e nello spazio geo-cuturale.
Daltronde, che senso può avere il cercare in un linguaggio diverso da quello visivo il senso di ciò che lo stesso linguaggio visivo dovrebbe offrire? Lanalisi critica può solo testimoniare lesito interpretativo e comunicativo di una iconografia e di una soggiacente iconologia, offerto nel contesto della condivisione sociale; non generarne il senso.
Ci si potrebbe domandare se non sia consentito parlare di uniconografia in un senso diverso, più largo e altro da quello panofskiano, per esempio quando il centro del linguaggio figurativo non insista sul riferimento semantico della imitazione del reale, ma sulla mimesis dellattività immaginativa (dunque del mentale). In realtà, uno slittamento o una estensione dellambito della significazione del termine iconografia non offre chiavi migliori alla soluzione del problema: il concetto panofskiano è chiaro e non esclude di per sé il riferimento possibile agli spazi del mentale; il punto invece è quello di una estensione, anziché dei concetti di iconografia e di iconologia, di quello di oggetto iconico: 1) sua estensione e suo slittamento dal contenuto, espresso o narrato, alla forma, intesa questa, ora, non come la modalità sintattica in cui un contenuto viene presentato, ma come (essa stessa) contenuto culturale storicamente trasmesso e quindi iconologicamente e iconograficamente riconoscibile (in questo senso potremmo e dovremmo parlare di oggetto-forma); 2) sua estensione e suo slittamento anche dal contenuto allatto (anchesso inteso come oggetto-atto), culturalmente e storicamente riconoscibile: atto, come dato iconologico-iconografico. Nel primo caso, quello della forma, possiamo ritrovare, per esempio, la prospettiva, in quanto forma simbolica; nel secondo caso, invece, ritroviamo gli atti ai quali sè già fatto cenno.
È nel contesto storico-culturale che si colloca il valore iconografico e iconologico delle immagini in quanto valori simbolici. Qui si dovrebbe operare anche la distinzione tra il più ampio concetto di evento culturale e quello più ristretto di evento artistico (iconograficamente caratterizzato o meno).
Nelle opere delle avanguardie il significato simbolico ed il valore iconografico (se mai al primo uno se ne accompagni) non dipendono dal linguaggio visivo (figurale o meno), ma dal contesto ermeneutico che li genera; il linguaggio di Ad Reinhard non può rappresentare il concetto "fine dellarte": questo valore simbolico viene a crearsi nel contesto culturale delle critica, nella misura in cui viene sussunto ed assunto socialmente.
Il fatto che liconografia classica non richieda necessariamente esplicitazione iconologica nel linguaggio verbale, non esclude lassenza del testo, che però si è fatto cultura condivisa ed è immediato, cioè senza esplicitazione necessaria. Nellarte contemporanea delle avanguardie, invece, laggiunta del testo diventa necessaria, se si vuole conservare lintenzione iconografica dellartista. Ma quel testo, finché non è ampiamente condiviso, non si solleva al livello di testo iconologico.
Per questo si può dire che licona delle avanguardie , anche se contiene unintenzione iconografica, non è iconografica ed è priva di iconologia di supporto.
Il tempo comporta loscuramento e una perdita dei valori iconologici e delle possibilità interpretative della testualità. Il senso dellopera perde valore di significato anche per lartista stesso (come è stato più volte dichiarato).
Qualè il valore iconografico della tela nera di Ad Reihard? Non è la tela stessa, ma il valore rappresentativo che essa intende avere: la fine dellarte. Tuttavia, non si può parlare ancora di quel valore convenzionale del simbolo, con il quale esso assume dimensione iconologica e con il quale lopera assume valore iconografico.
Una citazione di questa iconografia, ad esempio, non sarebbe ancora carica di tale senso e forse non lo sarà mai. Solo unaltra tela nera potrebbe essere la sua citazione iconografica, ma allora niente più che una copia e un plagio.
In oggetti iconici come la tela di Ad Reinhard, dove il significato di dichiarazione di morte dellarte viene espresso nella forma della tela nera, lo spazio semantico dellimmagine mentale corrisponde (non è ovviamente identico) alla sintassi (campeggiatura nera) delloggetto.
Ma anche qui liconografia, che chiede una conoscenza condivisa della tematica concettuale appartenente allopera, non è prodotta dallopera stessa, come lo è la sua tematica concettuale; e liconologia, che contribuisce a generarla, non è neanchessa identica a quella tematica concettuale: la trascende nella condivisione intersoggettiva.
Negata la mimesi, anche quella dellimmagine mentale, la visione è il prodotto di un puro atto del vedere (il nero), come sensazione senza oggetto (specifico), che non sia quel prodotto puro. Ma tale oggetto non esiste in quanto opera, ma solo come rappresentazione di un atto puro del vedere. Senza una sua collocazione iconografica che dia spessore iconografico, quella tela è un semplice oggetto duso, che un guardiano di museo può raccogliere per pulirsi le scarpe.
Nellopera di Ad Reinhard, priva di ogni forma di mimesi, resta implicito un concetto, cè traccia di unidea, cè unintenzione iconologica (espressa dallautore), ma non uniconologia che supporti uniconografia, anche se oggi lo scandalo Ad Reinhard abbia fatto conoscere a sufficienza il senso della sua intenzione: quellicona non è citabile come lo è, invece, un putto bendato.
La perdita della condivisione sociale è perdita della memoria (storica, temporale) e della reciprocità (spaziale, geografica). Lavanguardia ha spazzato via il doppio riferimento della condivisione, sebbene agogni alla condivisione della sua nuova icona.
Non è secondario distinguere tra arte astratta (il cui contenuto è un atto di mimesi mentale) - Mondrian, Oldenburg o il grande vetro di Duchamp-(Hamilton) - ed arte concettuale (dove, invece, opera e critica dellopera coincidono) - Rotko e il bianco, Yves Klein e il blu, Ad Reihard e il nero. Questarte è autoreferenziale, nel senso che il contenuto a cui si riferisce ha per oggetto lopera, in quanto oggetto iconico del linguaggio visivo (lopera darte, che quel contenuto intende demolire).
Autoreferenziali sono anche le opere in cui è la dimensione fisica a porsi come elemento proprio del loro contenuto (grandi murales, opere di Chuck Close). Per questi lavori non si pone ora in questione il fatto che lopera abbia sempre bisogno di essere spazialmente percorsa per poter essere posseduta formalmente ed anche contenutisticamente: questo è un fatto ovvio e concerne la proprietà temporale della sintassi e convolge ogni opera, sia di grandi come di piccole dimensioni.
Qui invece la dimensione, in quanto opera, è data come intenzione di messaggio, con valore dunque di contenuto e, per largomento che ci riguarda, questintenzione è iconologica. Essa, se pretende di svelarsi, senza altre mediazioni testuali, nello stesso oggetto iconico (come accade anche nellespressionismo astratto di Jackson Pollock), non si appoggia più ad una iconologia ricostruita nel linguaggio testuale ed associata al linguaggio figurativo: nella sua immediatezza, rimane invece proprio al suo livello di pura intenzionalità, perché loggetto iconico non contiene in sé la potenza iconologica delliconografia: non ha storia né condivisione nello spazio geo-culturale.
Lidentificazione dellopera con il suo contenuto iconografico intenzionale ha bisogno di essere spiegata e, per questo, deve avere un background storico e di condivisione, che non ha. E fuori di questa dimensione spazio-temporale non cè comprensione possibile.
Larte contemporanea tende a seguire il percorso e il destino seguito dalla filosofia post-kantiana, quello di portare lattenzione espressiva dal piano della riflessione e della continuità storica della citazione dei maestri al piano della affermazione, se non della declamazione etico-morale e della attestazione pratica.
Larte esce così dal suo terreno per farsi prassi; e lartista esce dallarte nellesprimere la sua presenza e il suo slancio vitale. Ma ciò non crea di per sé uniconografia simbolica della vita e del vitale, perché unico modo per esprimere analogicamente in immagini le nuove sensazioni e idee, gli atti e le parole che le accompagnano è il generale segno, proprio dellastrazione (da Mondrian a Kandinsky, da Pollock a Francis Bacon da Joseph Beuys a Roy Lichtenstein). E questo segno generale dellastrazione, che attraversa quasi per intero larte di oggi, ha bisogno di una iconologia condivisa e iconograficamente ripetibile, ossia citabile. La citazione si esaurisce, invece, soltanto in una analogia di formalismo.
Ma è il piano storico-critico delliconologia che si affievolisce oggi, anche nei confronti del passato, perché la perdita del senso storico-filologico dei simboli rende sempre più oscure ed incomprensibili le stesse immagini classiche.
Nellarte contemporanea latto creativo sembra avere, nella coscienza e nellintenzione dellartista, un rilievo maggiore rispetto al prodotto iconico, che si produce: ma questo spostamento di peso non genera necessariamente maggior significato allopera; anzi: se il problema del significato è legato a quello di una iconologia e di una iconografia socialmente condivise, esso si sposta tutto su questo nuovo terreno.
Così la distinzione astratto-concreto nellarte è solo convenzionale: la differenza fra raffigurazione mimetica del reale o del mentale, che dà rilievo centrale a certi caratteri del linguaggio anziché ad altri (composizione strutturale, colore, luce, ecc., piuttosto che la raffigurazione oggettuale), è solo differenza di significati, ma la loro radice iconologica oscilla fra gli estremi di ciò che è socialmente condiviso e di ciò che è soggettivamente intenzionale.
Lo slittamento dellarte dal terreno della conoscenza (della scienza implicita, teorica e storica) a quello delletica, dellazione e, in generale, della prassi, parallelo allidentico slittamento del pensiero filosofico dopo la Critica della ragion pura, è uno slittamento dalluniversale o, comunque, dalla condivisione in un quadro unitario di cultura, alla molteplicità di Weltanschauungen soggettive, non più condivise: un molteplice, che rivela lassenza di una iconologia comune e comporta la necessità di una fondazione iconografica di fatto e ormai impossibile.
Se lomogeneità culturale ha storicamente consentito la comprensione della simbologia e del rapporto semantico che legava le icone significanti allimmagine significata, si è costretti a chiedere perché mai questo non debba accadere oggi, quando la vuotezza del concreto nellarte sembra esprimere la vuotezza di senso del mondo e limmersione del pubblico in tale mondo sembra sottolineare la sua omogeneità ad esso, nel senso della globalizzazione.
Il punto rilevante è che non è una figurazione non-realistica ciò che fornisce lincomprensibilità della denuncia contro il mondo contemporaneo: vale a dire che, se anche larte esprimesse sia pure realisticamente (e in un linguaggio comprensibile) la vuotezza del mondo contemporaneo, questa stessa arte non riscontrerebbe la sua condivisione sociale: anche lespressionismo ha denunciato il mondo borghese e le sue guerre ed è stato tuttavia bollato come arte degenerata o comunque considerato in modo del tutto indifferente, come se riguardasse altri e non lo stesso borghese fruitore di quellarte.
Il nocciolo della questione sta nel fatto che lintenzione iconologica nellarte contemporanea è un voler-essere e un dover-essere, ma non un poter-essere, perché nessun modello iconologico può più godere delluniversalità nello spazio della condivisione, che fu propria del ristretto mondo delle culture storiche e, insieme, dei suoi assoluti valori.
Ogni immagine ha senso in relazione ai modelli storici della tradizione, ma anche perché si differenzia da essi. Ciò vuol dire che uniconologia, storicamente riconoscibile, non è eliminabile (anche nellimmaginazione artistica della più agguerrita avanguardia): lartista vive, in sostanza, sempre inserito in una sua storia collettiva e la differenziazione dalla tradizione è anche rottura con essa. Questo ribaltamento del punto di vista sostenuto sullimpossibilità di una iconografia nellarte contemporanea risulta contraddittorio solo se non si guarda al problema nella sua purezza teorica: la presunzione delle transavanguardie di togliere passato e futuro dal loro orizzonte e di ridursi alla fenomenologia del puro presente ha come conseguenza limpossibilità iconologica e lassenza iconografica; ma la presunzione teorica si ammorbidisce nei compromessi e nella malafede pragmatica, dove la rottura con la storia è solo asserita, ma resta di fatto impraticabile.
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ICONOGRAFICA E SUOI LIMITI SPAZIO-TEMPORALI
di Marco Tonelli
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