ifficile, anche più drammatico
esistenzialmente per il critico è un autentico incontro con artisti
contemporanei (non frequenti) che identificano lopera, non tanto con la
loro visione del mondo (un fatto del tutto normale, in effetti), ma con una
teoretica Weltanschauung che intende essere e si pone come necessaria
condizione di distinzione da filosofie e metafisiche estetiche concorrenti;
e pertanto, condizione per una profonda comprensione della diversità
delle intenzioni artistiche. Preliminare, allora, per la critica è la
compenetrazione delle intenzioni stesse e del fare, che passa attraverso la
cruna stretta di un rapporto empatico, di affettivacomunione con
i processi della creazione e con linsieme delle riflessioni su di essa.
Questo percorso è particolarmente significativo per la critica quando,
su un tessuto linguistico solo apparentemente unitario, conforme e sperimentato,
si rivelano invece strade battute nettamente diverse. È il caso della
pittura figurativa di Calabria, quando sia messa a confronto con lopera
di Pollock, di de Kooning, di Bacon, di Giacometti, ma anche di Schifano e,
per altri versi, specialmente nel caso di questa "serie Woityla",
di Scipione e della scuola romana.
Limprescindibile necessità di identificazione
impone limmersione in un mondo di riflessioni e di idee che non collimano
con filosofie e visioni delle cose del critico, ma sono tuttavia quello che
deve essere sentito dalla critica e non solo oggettivamente guardato
in modo neutrale. Su questa schizofrenia possibile del critico ne va della pregnanza
delloperazione stessa della critica. È possibile raggiungere una
critica empatica e conservare insieme, non solo diverse visioni del mondo,
ma loggettività stessa dellanalisi semantica e sintattica
della critica? Come partecipare fino in fondo allesperienza e allavventura
dellartista, senza doverne e poterne anche condividere la sua Weltanshauung?
Questo, più che mai oggi, è il punto problematico. Per cogliere
la singolarità assoluta dellartista è necessario scendere
così a fondo nel suo percorso personale, da dovere o da non potere non
esserne coinvolti: è come cercare di seguire le vicende dun soggetto
drogato, volendo restargli vicino; se lo si vuole comprendere e giustificare
nel suo essere e nelle sue intenzioni, se ne debbono con-vivere le vicissitudini.
La critica non può fare di più
e non può andare oltre, nella sua relazione simbiotica e didentificazione.
Da qui, lo sforzo di comprensione non può che cedere le armi allalterità.
Quel rapporto dellinterazione analogica fra spazio semantico dei
contenuti e tempo (o ritmo delle forme) della sua sintassi, che ha generato
le modalità linguistiche della creazione, si rovescia a questo punto;
e quello che era significato generato dal creatore dellopera
si ribalta in un significante da ricostruire. Critica impone
separazione; o meglio: chiede distacco da una simbiosi preliminare, altrimenti
mortale per la critica e per il soggetto stesso della critica. Latto creativo
dellartista, nella sua singolarità al di fuori della norma,
nella lateralità di suo pensiero, nella provocatorietà
delle determinazioni dei suoi schemi linguistici, troverà a posteriori
lintroiezione nellambito della cultura condivisa, che riporterà
quello scarto creativo ancora una volta alla norma e
alla cosiddetta logica del conosciuto. Ma la questione, a
quel punto, non è più se abbia ragione o valore la
Weltanschauung proposta dallartista (e meno ancora quella del critico),
ma conterà soltanto limmersione del contesto soggettivo
dellintroiezione culturale dellartista nel contesto oggettivo
della cultura esistente. Sarà questa immersione a generare la nuova
validità dellopera, non più quella della creatività,
ma quella riconoscitiva, nel mondo. Se immaginazione e memoria
hanno avuto nella creazione le loro chances come generatori e
operatori di cultura, da quel momento è il livello ed il potenziale nello
stato della cultura data a portare a termine la comunicazione del linguaggio
prodotto e a rendere possibile il suo assorbimento e un riconoscimento condiviso,
impedendo con ciò la sua caduta culturale. Quel che conta ora dellopera
non è la (comunque discutibile) metafisica estetica che lha
generata, ma la poetica da essa e attraverso essa espressa: non più
il soggetto dellatto creatore, ma loggetto semantico-sintattico
del suo linguaggio.
Il rapporto simpatetico in cui il critico guarda
alla metafisica dellartista ed ora ci si sta misurando con le riflessioni
filosofiche di Calabria si risolve in accettazione, ma solo
in quanto quella viene già letta come poetica e sottratta
quindi allalgido rigore della critica filosofica. Partecipazione e separazione
insieme, che si opera attraverso una sorta di scambio di valore: un pensare
che intende dare un senso e che viene condiviso invece soltanto sotto altro
senso, in un equivoco di poetica e filosofia: non per un valore in
sé (che identifica lopera e trasforma la sua creazione in una
fondazione, che paradossalmente vien data in un quadro storico che
segna proprio la fine delle metafisiche), ma per il valore poietico
che quella riflessione ha prodotto.
Lanalisi critica che va portata alla pittura
di Calabria raggiunge un risultato di senso solo se si sobbarca al compito della
separazione dei due piani, quello che viene condiviso per raggiungere
la comprensione artistica e quello non necessariamente condivisibile
(nella diversità soggettiva esistente fra creazione e ri-creazione riconoscitiva),
di unaltra visione del mondo.
Entriamo nel merito. Tanto può essere
raffinato il critico da porsi in sintonia e quindi in accordo con le categorie
di pensiero che stanno al fondo della creazione, perché vede e comprende
che sono queste a generare uno slittamento fuori dagli schemi dalla norma, il
dissenso creativo, la provocazione generativa. La velocità, ad esempio.
Banalmente, se nessuno più si sogna di contestare il futurismo di un
Balla o di Boccioni, ben diverso è invece sostenere una filosofia o una
fenomenologia della velocità, segnata e impregnata dintuizionismo
e di vitalismo, di Bergson e di Nietzsche. Le polemiche, ieri valide, contro
una tradizione, o le simpatie in favore delle fonti politiche del pensiero di
un Sorel, non sono più teoreticamente contenibili in una metafisica vitalistica
e intuizionistica (sottoponibili esse si alla severa e violenta
critica di competenza strettamente filosofica): quei moti hanno avuto la loro
efficacia culturale e storica, hanno permeato opere che non hanno affatto bisogno
di giustificazione o di prova o di verifica
dei risultati alti di quel loro pensare non-teoretico (non-logico,
per dirla con Croce) che è larte in generale e la pittura nel caso
in questione. Esattamente e altrettanto irriducibili, poniamo, a filosofie post-idealistiche,
a mistiche insensate, a metafisiche macchiate di pregiudizio contro le scienze
e di vagheggiamenti verso improbabili mondi pre-tecnologici, sono oggi le tante
poetiche della reazione (sia pur romantica e utopica, nella sua globalità
indistinta) a una società della comunicazione di massa e della tecnologia
dei linguaggi HTML (i protocolli della rete dei Web di Internet). La facile
ma anche dura critica di merito contro quelle estetiche non riguarda
necessariamente queste poetiche.
E così come il futurismo (nuova utopia della
velocità) è stato capace di generare una sua versione cubistica
della velocità, quella di una diversa definizione plastica attraverso
uno spazio pluri-prospettico di simultaneità, altrettanto la dimensione
post-futurista della creatività di Calabria (una dimensione, questa,
ben altro che globalizzante, nel suo orizzonte), connessa ad una più
complessa categorizzazione della velocità, genera una sua
nuova, specifica, versione dello spazio già del tutto manifesto
nelle opere degli ultimi anni, ma stupefacente nei suoi effetti nel ciclo dei
ritratti di Woityla lo spazio topologico delle geometrie non-euclidee
(quello della geometrie del foglio di gomma), lo spazio variabile, determinato
da attrattori sulla superficie della tela, proprio come lo
sono gli spazi gravitazionali della relatività generale.
Questa visione post-futurista dello
spazio, in Calabria, di grande interesse, non è (se non come modo di
sentire soggettivo) una filosofia della velocità, così
come non lo è stata il futurismo dei Balla: anzi, si può filosofeggiare
ed accusare anche lestrema lentezza della società nel controllo
e nella correzione dei suoi errori; oppure, a piacere e al contrario,
lenorme velocità della sua corsa verso il baratro dellautodistruzione.
Calabria elabora una personale e specifica versione
dello spazio topologico, da vedere in connessione con lidea (e il senso)
di una triplice fenomenologia della velocità, quella dellevoluzione
del mondo reale e della sua storia, quella dellatto della creazione artistica,
necessario non solo ad inseguire, ma ad anticipare il dinamismo del mondo esterno,
e quello della manipolazione esecutiva, necessaria a tenere il tempo e ad esprimere
quanto accade nel corrispondersi di una interiore creazione a un
divenire veloce delle cose. Si tratta di velocità diverse, non solo in
senso cronologico, ma anche in senso funzionale.
Di nuovo, occorre separare sistematizzazione metafisica
e flusso creativo di una poetica. La prima velocità, se ha
peso sensibile in certi settori della realtà (comunicazioni, trasporti,
scambi economici e culturali), non rispecchia lo stato generale ed effettivo
delle cose: la sua mappa è a pelle di leopardo e non
lascia prevedere uniformità, che presupporrebbero globalità
che non convengono ai modi capitalistici di produzione (ai quali si possono
contrapporre piuttosto obiettivi di globalizzazione, come
tendenze e fini, i cui valori ideologici vengono valutati sia pro che
contro). Di cosa si parla, in effetti? della cittadella del capitale
e del suo cuore pulsante? o del suo complessivo sistema, che organicamente
contiene un terzo ed un quarto mondo e tutte le sacche della miseria (senza
la luce e la sua velocità)? Cè invece una oggettiva
velocità devoluzione, una biologica velocità
di sopravvivenza della specie ed il ritmo di una fitness
che esprime soltanto valori adattativi. La sua soggettivistica forzatura
sotto spinte futuristiche presuppone un disegno provvidenzialistico
della storia e nella dinamica della società, che è del tutto indimostrabile
ed arbitrario.
La velocità creativa è cronologicamente assai
più alta di quella biologica ed è di ordine diverso:
la prima coinvolge dinamismi sociali assai estesi, la seconda riguarda la rete
neurale. Della prima si può sapere abbastanza; della seconda si tenta
di capire qualcosa proprio grazie alle simulazioni fornite dai complessi algoritmi
dellelaborazione computazionale e dellintelligenza artificiale,
che vengono a priori contestati. Si può stimare che, se il tempo
della comunicazione neuronale è dellordine del miliardesimo di
secondo, posto quello della trasformazione sociale pari ad una giornata di diecimila
secondi, uguagliando allunità il primo, il secondo diventerebbe
maggiore del tempo che ci separa dal big-bang (circa quindici miliardi di anni).
Insomma, due misure praticamente incomparabili.
La velocità della manualità operativa è
legata al meccanismo di azione-reazione del sistema muscolare-nervoso ed già
enormemente più lenta di quella neuronale, anche se enormemente più
veloce se posta al confronto con lordine dellevoluzione biologica
e storico-sociale.
Ma non è la conoscenza delle funzioni e dei
tempi effettivi, diversi fra loro, connessi a queste velocità,
quanto invece la soggettiva consapevolezza, lesperienza vissuta
delle relazioni fra di esse ciò che incide sugli impulsi creativi; e
questo accadere genera unansia di cogliere ed inseguire il tempo che scorre
fuori veloce, una rapidità reattiva di risposte selettive, un affastellarsi
quasi-caotico dimpulsi creativi, una manualità che si riversa con
modalità sintattiche quasi-casuali sulla tela, che producono speculari
effetti materici e coloristici.
Probabilmente è vero, come dice M. Tonelli (La
nuova consistenza nella pittura di Ennio Calabria), che vi sia una sorta
di consistenza cellulare (neuronale) di questa pittura, che
si genera in una disperata concorrenza e in una lotta di sopravvivenza con i
linguaggi digitali; ma vero è pure che matericità e colore sono
lesito di quella forsennata manualità, sempre sconfitta dalla velocità
dellimpulso creativo, nellinseguimento del divenire reale: anzi,
sono un esito, che si iscrive tutto in una spazialità topologica deformante.
Cè un senso di orrore di fronte alla freddezza del
sapere scientifico (scambiato per sapere dato, esterno ed oggettivo),
una forma di terrore della scienza, come antagonista della libera creatività,
che sarebbero ingiustificabili epistemologicamente, se non identificando ideologicamente
le scienze come cause del malessere sociale e guardando ad esse come si trattasse
di cascami di tecnologie applicate e gestite dalle multinazionali del profitto.
Terrore e orrore, che non giustificano filosofie del dualismo interno-esterno,
spirito-materia, mente-corpo, ma sono giustificati
invece negli esiti linguistici prodotti, nella drammatica poetica della incommensurabilità
stabilita fra i poli di quei dualismi.
Questo è il grande errore, denunciato da Ryle, di cercare inutilmente
lo spirito nella macchina (the gost in the machine), questo è
il dualismo di Cartesio che si riaffaccia e si riafferma; ma questa è
anche la poietica di un post-futurismo, che ancora è capace di creare
grandi valori linguisici. È certo ben noto che, sul terreno delle filosofie
e delle loro metafisiche, tutto ciò che è pensabile è anche
dicibile, ma poi, pur se nessuno può anche convalidare nulla di quel
che si dice, rimane e resiste ancora il valore creativo linguistico di quel
che sè pensato e detto.
Scendendo ad un livello più analitico della
poetica, della manipolazione linguistica, della manualità
(o gestualità) operativa, dei caratteri del linguaggio (e
delle loro fonti) colore, luce, composizione, matericità e plasticità,
spazialità fisica e ottica, dinamica temporale (movimento), espressione
dove si determina leffettiva novità e la distinzione rispetto
ad altri artisti, ai quali una critica superficiale li assocerebbe in una comune
e già battuta ricerca formale (poniamo: Scipione e la scuola romana,
per quel che riguarda il ritratto e colore e plasticità, ma poi Bacon,
Pollock o Schifano, per aspetti espressivi, dinamici, compositivi e materici
di manipolazione dei materiali, e i futuristi, Boccioni compreso, soprattutto
per la spazialità e la dinamica dei movimenti, o Warhol nella sua contestazione
del mondo della merce): ciò che non è valido fare, a nostro giudizio,
è considerare diversificante e centrale il nucleo
teoretico, lapproccio filosofico, la base di unautoriflessione metafisica,
che accosterebbe ineluttabilmente questa esperienza artistica ai modi della
cosiddetta arte concettuale.
I riferimenti concettualistici, invece, di questa
poetica pittorica, alla realtà psicofisica dellatto creativo, a
presunti e correlati motivi intuizionistici, attualistici, organicistici,
così come a motivi della psicologia del profondo paludabili di misterico
vitalismo e di biologismo antidarwiniano: questi sono temi, tasti e propositi
che si snodano parallelamente al linguaggio della pittura. Questo linguaggio
e quello dei concetti, per la loro incommensurabilità, non
sono in relazione diretta, immediata, perché il secondo deve tradursi
ed organizzarsi in un disagio e in dissenso, prima,
in una generale contestualità soggettiva, in impulso creativo
e ritradursi, poi, nei modi del linguaggio figurativo, che non ha più
capacità autoreferenziali (solo il linguaggio verbale ha infatti
il cosiddetto potere della secondarietà, la capacità
di parlare di sé).
Si tratta, per il critico, di risalire a questo spazio semantico
retrostante, come generatore o registratore di unesperienza speciale che
sta a monte e che costituisce il contenuto desperienza dellartista:
risalire, senza lasciarsi invischiare dai concetti apposti; quale
sia la diversità desperienza rispetto ad artisti affini,
questo devessere poi valutato sul terreno delle dinamiche della forma
linguistica e solo su di esso: sono quelle soluzioni ciò che si vede
dalla parte della critica, non lesperienza culturale del pittore;
il suo contesto soggettivo introiettato è, per il critico,
soltanto unoccasione di controllo, nel confronto puramente
analogico fra concetto e figura (fra linguaggi incommensurabili).
Se la dinamica delle modularità sintattiche rifletta
in senso strettamente analogico una dinamica della mente (o dei suoi contenuti?),
cioè quella duna rete neuronica (o delle immagini prodotte dalla
rete?), questa riflessione appartiene allipotesi scientifica e
quindi allastrazione concettuale (traducibile, peraltro, anche in astratta
e concettuale operazione estetica); la riflessione inversa delle
operazioni mentali nel loro linguaggio di immagini, di contenuti
espressi in una forma, si traduce invece in una poetica figurativa.
Non è da credere che il senso di spaesamento e di
afasia delluomo moderno, introiettato come senso culturale
e contesto soggettivo, sia espresso da Calabria in termini di caos,
casualità o confusionalità, che testimonierebbero
della frantumazione del linguaggio pittorico (soprattutto nella sua composizione
e spazialità, nelle interazioni coloristiche, nella manualità
sulla tela, nel movimento e nellespressione stessa): tuttaltro.
Mettamo intanto in chiaro i termini.
Casuale è un evento che si presenta solo con
una certa probabilità, mentre caotico è un accadere
senza possibilità di previsione (a meno di non approfondire allinfinito
le condizioni inziali di tale accadere) e si pone al confine fra determinismo
e indeterminismo; confuso o confusionale è, psicologicamente,
uno stato soggettivo alterato della coscienza e/o del comportamento.
La spazialità di Calabria non è caotica,
ma allusiva del caos culturale e ambientale che lo circonda: per questo
utilizza spazi topologici, le conseguenti dinamiche, che condizionano la composizione
entro la cornice e determinano lesistenza in certi punti sensibili
sulla tela, lesistenza di veri attrattori che fungono
da centri di alterazione dello spazio, dellespressione e della concentrazione
materico-plastica del pigmento, e da centri di distribuzione del colore-luce.
Nella serie di Woityla levidenza
funzionale dellattrattore è quasi sorprendente: tutte le
componenti sintattiche (i vari caratteri del linguaggio) possono confluire sul
volto, mettendo sullo sfondo la gestualità, o sul gesto, lascando che
sia il volto a retrocedere sullo sfondo, e facendo sì che le curvature
dello spazio si dispongono in relazione a queste diverse centralità attrattive,
che stanno a significare, nellespressione o nella ieraticità rituale,
una duplice presenza di questa figura papale: quella simbolico-rituale e quella
esistenziale della sofferenza.
Queste decisioni intuitive non sono cieche, casuali, ma insorgono
a livello di impulsi creativi (totalmente e non solo al parziale livello di
una manualità stravolgente significati) e assumono il senso
della caoticità e della afasia confusionale: sono cioè
allusivi. La manualità dellartista cerca di ordinare, sotto
gli impulsi molteplici e pluridirezionali dellatto creativo un non-senso
che proviene da un universo stravolto e che (nellordine di una complessità
linguistica prodotta attraverso e nella stessa manualità)
assume il senso del messaggio (quel sasso nello stagno, a cui Calabria allude,
la cui onda di significazione non è dato dire se e da chi sarà
accolta: quella aposteriorità della normalizzazione, dopo la provocazione
del pensiero laterale). La manualità è già latto
sintattico della forma della significazione.
Lopposizione al linguaggio digitale è e resta
puramente concettuale, cioè non-figurativa, tanto quanto concettuale
può essere lopposizione a un mondo mercificato. È larte
che gioca oggi la sua partita decisiva con la cultura dominante: in questo
senso (ed esattamente in questo) non si può più dire che essa
sia inutile (secondo il valore crociano del termine), ma neppure
che debba non esserlo (nel senso delle estetiche marxiste). La necessità
della comunicazione, nonostante la complessità
del messaggio, è assolutamente presente nellintenzione di Calabria,
ma, con essa insieme, anche la necessità del livello culturale
del messaggio, cioè la sua funzione maieutica.
Si è detto: manualità già sintattica e frantumazione
del linguaggio pittorico, ma in quanto allusiva duno stato,
sia soggettivo che reale-oggettivo: non manualità casuale e caotica,
non manualità oggettivamente confusionale, non frantumazione oggettiva,
in sé, del linguaggio pittorico; ché, se così
fosse, non esisterebbe possibilità di uscirne fuori. Chi e come potrebbe
liberare infatti il senso rimasto imprigionato nella frantumazione
e nel caos linguistico? Cosa potrebbe portare fuori (nella cultura) il senso,
se questo fosse per definizione e a priori impedito allespressione
linguistica?
Gestire un senso imploso in se stesso, appellarsi per questo ad
una semantica fisiologica, come ci lascia credere Calabria,
a questo livello cesserebbe ogni compito del critico e la comunicazione dellopera
verrebbe preclusa: se la creatività fosse costitutivo accadere
contraddittorio (duna contraddittorietà senza soluzione sintetica,
per dirla con Hegel), non resterebbe che vivere la dialettica della scissione
(M. Perniola, Le ultime correnti dellestetica in Italia, in Storia
della Letteratura Italiana. Il Novecento. Scenari di fine secolo, a cura
di E. Cecchi e N. Sapegno, direzione e coordinamento di N. Borsellino e L. Felici,
Garzanti, Milano 2001, pp. 37-76) ed al critico condividere un labirinto reale
(e non la sua metafora di inconcludenza).
La comunicazione, tuttavia, non è impossibile, quindi neppure
il ritorno critico: il pensiero laterale può essere compreso, sebbene
solo a posteriori e a condizione e nella misura in cui larte riesca
ad offrire soluzioni ai problemi della società.
Ma la presunzione della forma e di avere un messaggio da
consegnare non basta e non è di per sé garanzia di comprensione
del mondo, di una qualche mimesi del reale. La consistenza dellartista
non basta a spiegare le cose e non può pretendere, senza nulla in cambio,
la sua condivisione sociale. La creatività va poi condivisa, sempre che
la società intenda farlo e sempre che lartista qualcosa faccia
per la sua società.