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    ESSENZA DEL RICORDO. NUNZIO BIBBÒ    
biografia  
S
e l’arte è il linguaggio della memoria e dell’immaginazione, del mito e dell’utopia, nell’opera di Nunzio Bibbò si può vedere in modo palpabile come il centro segreto, più profondo e nient’affatto inconsapevole della ricerca sia posto (o spostato) tutto sull’essenza del ricordo: si vuol dire, con questo, che l’atto e lo sforzo dell’immaginazione creatrice, per motivi esistenziali che hanno radice nella storia dell’artista, ripiegano sul passato anche più lontano, fino al mito, onde recuperare il senso del presente.
      ‘Essenza’ del ricordo, perché, del ricordo, ciò che unifica i suoi diversi contenuti, ciò che permane, non è l’episodio, ma la sua natura sostanziale: in termini di analisi della psiche, quest’essenza è l’archetipo. E come esempio basta guardare la splendida testa in pietra di nenfo, dell’’80, per una donna dal volto fiero, bellissimo e misteriosamente arcaico, che si vorrebbe poter conoscere e amare, o la metopa in terracotta dell’’85, che affiora, emerge quasi, dalla superficie che la separa da un suo passato, da cui sembra provenire.
      E se consideriamo le proprietà della conversione dell’essenza del ricordo nella forma, si può dire che l’opera, che produce un’immagine di forme, è impegnata in un atto mimetico, che coglie, non il reale fenomenico, ma l’essenza del reale, contrapposta all’accidente, all’accadere molteplice: la memoria coincide così, non con il reale, ma con la sua essenza archetipa.
      Ancestrale, non a caso, è stata chiamata dall’artista una serie di oggetti; ma il concetto vale per tutta l’opera, l’attraversa per intero. Si scende alle soglie, ideali, immaginate, di un ricordo che è insieme sapere e cultura, ma anche realtà vista, ed esperienza vissuta, di quella che si chiama arte dell’Italia antica.
      La ‘forma compositiva’ ha sempre una duplice struttura, quella dell’archetipo e quella del frammento, con una funzione scompositiva di una figurazione consumata, sottoposta alla decadenza del tempo: essenzialità dell’archetipo e frammentazione formale, in cui storia e natura si intersecano. Una plasticità essenziale, mai decorativa, perché l’impulso emozionale non ha necessità di filtri.
      C’è un’etica sociale che soggiace, immanente, all’opera, e non ha ‘gesto’ estroverso e non può avere retorica: il ‘gesto’ è introspettivo.

Alberto Gianquinto, phil.


(testo completo)


   
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